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LE “STELLE” DI DANTE, quelle dello Zodiaco.
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LE “STELLE” DI DANTE, quelle dello Zodiaco.

Durante di Alighiero degli Alighieri nacque a Firenze nel 1265, data estrapolata da vari accenni letterari che lo darebbero nato tra il 21 maggio e il 21 giugno, ovvero sotto il segno dei gemelli.

 

 

Irrequieti e insofferenti, i Gemelli sono anche versatili e impazienti, specie intellettualmente: la voglia di conoscere, la sete di sapere li spinge a viaggiare e comunicare, odiano quindi la routine e i lavori sedentari. Ma come segno d’aria sono anche volubili e inaffidabili. Insomma per stargli accanto ci vuole molta pazienza e grandi doti di intrattenimento. Amano la creatività e detestano la banalità, tendono però alla presunzione perché si ritengono più inventivi e intelligenti degli altri. D’altra parte sono sotto il segno di Mercurio, il dio più vispo e smaliziato, nonché dispettoso, dell’Olimpo, Anche sagace, arguto e curioso come si dice fossero i Gemelli per eccellenza: Castore e Polluce, immortalati nell’omonima costellazione-

Principi di Sparta, ebbero due sorelle celebri: Elena e Clitennestra. Ovvero, la madre fu in comune, Leda, ma i padri no: Zeus, imbattibile nei camuffamenti, la sedusse come cigno e quindi nacquero da uova.Il consorte Tindaro pare non ci trovasse nulla di strano, in fin dei conti Leda aveva giaciuto anche con lui dopo Zeus, quindi accettò i 4 gemelli: Polluce ed Elena figli di Zeus, Castore e Clitennestra figli suoi. Le femmine causarono qualche problema con i pretendenti, ma i maschi furono l’orgoglio della famiglia. Si unirono con successo alla spedizione di Giasone e tornarono spesso utili agli Argonauti durante le tempeste, forse grazie anche alla simpatia dello zio Poseidone, che poi regalò loro degli splendidi cavalli bianchi. Per questo i divini gemelli sono rappresentati come cavalieri e diventarono i protettori dei marinai. Come ogni mortale vennero alle mani per questioni di donne e di bestiame, ma si rappacificarono sempre, divennero inseparabili e Zeus li sistemò insieme in cielo. nella costellazione che li vede abbracciati per l’eternità.

Da Urania a Pomona, appropriatamente, a loro è abbinata la susina,frutto dalla doppia identità: quella fresca, di cui si registrano migliaia di varietà, e quella seccata o cotta che prende il nome di prugna. In effetti si tratta di “prunus domestica” felice connubio tra pruno selvatico e ciliegio.   Già note in Cina, Giappone e Siria, sono state coltivate nell’area mediterranea dal 150 AC e Petronio le cita fra le golosità del banchetto di Trimalcione. A fare mettere radici stabili in Europa furono i monaci benedettini che tornarono dalla Terza Crociata con ceste di susine siriane, che innestarono con quelle del loro orto nell’Abbazia di Clairac.    Negli anni,  seguirono prodotti di colore, forma e polpa diversi, dai nomi anche fantasiosi:  “Boccon del Re”, Coscia di Monaca, Favorita del Sultano, Fiocco del Cardinale e Regina Claudia, in onore della prima moglie di Francesco I, che ne fece una piantagione in giardino.

Ricche di potassio e calcio, sono depurative e lassative,  considerate dai medici della scuola Salernitana frutta “fredda”, quindi indicata per calmare i bollori sessuali. Al contrario nei libri di magia omeopatica sono definite afrodisiache per la forma somigliante ai testicoli. In effetti nella Londra di Shakespeare piatti di prugne cotte erano esposte sulle finestre dei bordelli, mentre alcuni versi di Neruda le immortalano come “frutto della memoria”, forse quella sensuale, dato il temperamento del poeta.

(disegno di A° Mos )

 

In quanto a quello del nostro Poeta, Dante, non era certo da asceta. A parte la moglie Gemma, con cui fece 4 figli, e l’arcinota Beatrice, che comunque gli scosse i sensi oltre a incantargli lo spirito, il giovane Alighieri si produsse in parecchie rime d’amore che dimostrano come fosse affascinato dalle donne. Dante e i suoi coetanei rimatori d’amore poetizzavano sul gaudioso mistero della bellezza femminile. Consideravano le donne delle dee e ci rimuginavano sopra a forza di sonetti. Dante scrisse addirittura un sirventese dove elencava le sessanta donne più belle della città. Il che dimostra come avesse l’occhio fino e interessato alle grazie muliebri. Beatrice è la nona, il cima troviamo un’Albizzi,in quarta posizione la Lagia dell’amico Lapo,poi l’Adimari di Cino da Pistoia, la Girolami, l’Ardinghelli, la Spini corteggiate da Forese Donati, la Giovanna ammirata dal Cavalcanti e così via. Trastulli giovanili, certo, ma se poi solo una si eleverà quasi a verità rivelata, il Poeta girovago di corte in corte non rimase mai insensibile al fascino femminile e da una lettera a Moroello Malaspina trapela che  anche negli ultimi anni si fosse innamorato di una giovane casentinese. Il che non lo fa scendere dal piedistallo di padre della lingua e letteratura italiana, ma lo rende più accessibile ai comuni mortali e senz’altro più simpatico.

 

Margreta Moss 

Proconsole UK per Fiorentini nel Mondo 

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