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I canoni della bellezza fiorentina nel Rinascimento
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I canoni della bellezza fiorentina nel Rinascimento

Agnolo Fiorenzuola, monaco di Vallombrosa nel suo trattato “Sopra la bellezza della donna” ci riferisce quali fossero i canoni di bellezza femminile nel Rinascimento: “La donna, per essere definita bella, deve avere: capelli folti, lunghi e di un biondo caldo che si avvicini al bruno; la pelle deve essere lucente e chiara, gli occhi scuri, grandi ed espressivi, con un tocco di azzurro nel bianco della cornea; il naso non aquilino; bocca piccola, ma carnosa; mento rotondo con la fossetta; collo tornito e piuttosto lungo; spalle larghe, petto turgido dalle linee delicate; mani grandi, grassocce e morbide; gambe lunghe  e piedi piccoli”. Non si capisce come questo galante monaco abbia potuto conciliare queste sue conoscenze così puntuali con il suo stato di religioso, resta comunque il fatto che egli aveva idee molto chiare su questo argomento. Sfortunatamente non tutte le donne potevano vantare i requisiti indicati: i capelli biondi erano quasi sempre una rarità e la pelle  quasi mai liscia e “lucente” per colpa di un’alimentazione difettosa e della scarsa pulizia.

 

La sporcizia imperava ovunque in quell'epoca e non risparmiava né le classi più povere, né, ahimè, quelle più elevate.

Nel ‘400, dunque, non mancano le ricette per “miracolosi” restauri, basta seguire i consigli di Caterina Sforza Riario:
-    hai i capelli neri o rossi e vuoi essere alla moda? Ecco la ricetta:
“Per imbiondire i capelli, lavare con acqua di cenere oppure con acqua di cinapro, zolfo e zafferana bollita”;
-    hai la pelle ruvida e rossa? Ecco la ricetta:
“Per guarire il rossore del volto piglia cerusa (biacca di piombo), olio di viola e mestica insieme e ugne la faccia. Per rendere un viso bello mestica 24 once di bicarbonato di piombo con altrettanto di  potassio più 5 once di sublimato et argento in polvere unito ad adragante. Mettere entro il ventre di un piccione di razza pisana, ben bollito, che si farà cuocere ben coverto in acqua. Distillare poi l’acqua e lavarsi il viso mattina e sera”.

Non sempre però questi miracolosi unguenti producono gli effetti desiderati: spesso la decolorazione dei capelli porta ad una calvizie inarrestabile e i trucchi di ringiovanimento della pelle faranno dire  al Castiglione, nel suo “cortegiano”  che "la donna che sta ferma senza grazia, con la faccia impiastrata che pare una maschera e non osa ridere per non farsela crepare; nel giorno si mostra al lume di una torcia come mostrano i cauti mercanti i loro panni in luogo scuro”.

Oltre ai testi già citati numerosi sono i trattati del Rinascimento che delineano l’ideale della bellezza femminile con una dettagliata analisi di ogni particolare del corpo della donna e con la descrizione dei lineamenti e delle fattezze più apprezzate; durante tutto il Rinascimento scrittori, poeti, pittori e scultori rappresentano la figura femminile come una creazione divina, apprezzandone sempre le linee morbide e la trasparenza del volto, sempre tenuto in grande importanza quale espressione di nobiltà e purezza d’animo.

Prima del Rinascimento, nel Medioevo,  l'ideale del corpo femminile era stato quello della donna pallida, magra e con il seno piccolo, ma, con  l'aumento del divario economico fra le classi ricche e classi povere, le dame manifestarono la loro superiorità` di status anche attraverso il fisico.  É sintomatico che al nuovo ideale cinquecentesco, che propone una donna ben in carne e formosa, corrisponda  la diffusione di nuove abitudini alimentari, ricche di grassi e di zuccheri, come si deduce dai libri di cucina del tempo. Si passò quindi ad un'ideale di donna grassoccia, con i fianchi larghi ed il  seno procace, che si distinguesse nettamente dalle emaciate e denutrite donne delle classi subalterne  e per quanto riguarda l'estetica della donna acqua e sapone a quella molto truccata.

Nell’epoca del Magnifico era inoltre costume che le nobildonne si rasassero la fronte, così da ampliarne le dimensioni: la fronte alta era infatti sinonimo di intelligenza. Lo strumento di depilazione era la fiamma di una candela, il procedimento lungo e non propriamente piacevole. I capelli retrostanti venivano poi raccolti in complesse acconciature «a sella», impreziosite da nastri e perle.

 

 

 

Autore

Marisa Cancilleri

 

 

 

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