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I mille colori del marmo agli Uffizi
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I mille colori del marmo agli Uffizi

Mille Colori del MarmoCome è ben noto, la visione in bianco e nero che abbiamo della scultura e dell'architettura classica è frutto di un equivoco consolidatosi nel corso del XVIII secolo. Gli edifici marmorei del mondo greco e romano, al pari dei fregi e delle statue che li popolavano, vantavano infatti un'accesa policromia che costituiva il necessario completamento dell'opera. Ben nota alle fonti antiche fu, ad esempio, la collaborazione fra l'ateniese Prassitele, senz'altro la personalità più rilevante della scultura del IV secolo a.C., e il pittore Nicia, fra i più celebrati della sua generazione, alle cui abili mani era affidata la coloritura degli incarnati e degli attributi dei marmi concepiti dal genio attico. Se le tracce dell'originaria policromia sopravvivono spesso in buono stato di conservazione nelle opere rinvenute direttamente nel terreno, assai più difficile è invece la loro sopravvivenza su quelle sculture che abbiano conosciuto secoli di storie e vicende collezionistiche, come è il caso delle statue della Galleria degli Uffizi.

Se si considera che, ancora sul finire del Settecento, marmi che presentavano vistosi resti di coloritura, a Firenze come a Napoli o a Roma, furono oggetto di accurate lisciature ad acido per cancellare i resti di una decorazione ritenuta il prodotto di interventi tardivi che avevano turbato il candore originario, la sfida di restituire l'originaria veste colorata alle sculture di antica collezione può sembrare un'impresa disperata e destinata al fallimento.

Tutte queste scoperte, per quanto importanti e inaspettate, cedono, però, il passo dinanzi al ritrovamento di ampie porzioni delle lamine auree che rivestivano i capelli della Venere dei Medici. I restauri che da oltre un anno stanno restituendo l'antico splendore alla Tribuna hanno, infatti, riguardato anche le sculture lì ospitate dalla fine del XVII secolo. Si tratta dei maggiori vanti delle antiche collezioni medicee : il Satiro danzante, i Lottatori, l'Arrotino e, soprattutto, la Venre dei Medici, per secoli icona della Galleria e da Canova ritenuta ancora archetipo della bellezza femminile. La doratura oggi riportata alla luce dalle indagini dei professori Baraldi e Zannini non è, in realtà, una scoperta del tutto inaspettata. Come sapevamo dai racconti e dalle descrizioni dei visitatori settecenteschi, il biondo aureo della Venere era ancora chiaramente visibile all'epoca ed era additato dalle guide di Galleria come una delle prove dell'alta qualità dell'opera. In seguito a un restauro eccessivamente zelante, compiuto probabilmente al momento del ritorno della scultura dall'esilio parigino imposto da Napoleone, la doratura scomparve del tutto e solo adesso, grazie ad analisi mirate, si è potuto dimostrare che quanto vedevano i protagonisti del Grand Tour non era frutto di un'allucinazione collettiva, ma era la testimonianza dell'antico ornato della splendida scultura che con l'aggiunta della doratura e della policromia (come dimostrano le tracce di rosso riconosciute sulle labbra) raffigurava in modo mimetico e realistico il corpo di una giovane donna. Non a caso, come bene hanno messo in luce i recenti lavori di ripulitura, persino i lobi della statua sono forati, per consentire l'inserimento di orecchini metallici che dovevano ulteriormente accentuare l'impressione di realismo.

 Sotto i nostri occhi l'algido aspetto delle sculture classiche schierate lungo i corridoi degli Uffizi, ha così progressivamente ceduto il posto a una veste sgargiante di colori accesi, che in futuro si spera di poter restituire alla conoscenza e al godimento anche del pubblico più vasto grazie e restituzioni grafiche destinate ad affiancare le opere esposte.

 

 

 Autore

Fabrizio Paolucci

 

 

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