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Quel fiorentino spirito bizzarro
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Quel fiorentino spirito bizzarro

Filippo Argenti 3Un'opera come l'Inferno di Dante non avrebbe mai potuto essere scritta da un uomo politico in carriera, tanto meno se nel pieno della sua attività istituzionale. Non sarebbe stata - come oggi si dice - "politicamente corretta". Tuttavia l'uomo politicamente sconfitto che avrebbe potuto scriverla, avrebbe anche dovuto nutrire un certo revanchismo, un certo spirito di rivincita (in questo caso "poetica") nei confronti dei propri avversari. Questa non è un'opera serena ma risentita, non è una "commedia" ma una "tragedia", proprio perché non vi è riflessione distaccata ma esigenza di vendetta.

Senza questa premessa è difficile capire i versi 31-64 di questo Canto. Qui infatti si ha a che fare con un Dante che odia a morte i propri avversari politici e non ha molti scrupoli nel farlo vedere. Non è da escludere, in tal senso, che Filippo Argenti, di cui non si sa né la data di nascita né quella di morte, fosse ancora vivo quando la Cantica venne scritta. E' raro veder Dante arrabbiarsi con qualche anima dannata, nel suo Inferno. Sarà crudele con Vanni Fucci (Canto XXIV), con Bocca degli Abati (Canto), con Frate Alberigo e Branca d'Oria (Canto XXXIII), ma in nessun altro caso, a parte questo, ritroveremo la clamorosa approvazione di Virgilio, che nel poema simboleggia la ragione, suggellata addirittura dall'unico bacio della Divina Commedia. E' molto più facile vedere Dante, anche all'inferno, commuoversi, impietosirsi, svenire... Desta pertanto meraviglia ch'egli si sia messo allo stesso livello dell'iracondo Argenti. D'altra parte di tutto questo Canto la parte più interessante è proprio l'incontro con questo personaggio, sgradevolmente noto ai fiorentini e che lo stesso Dante doveva conoscere molto bene.

Anzitutto bisogna cercare di capire chi era costui? Filippo Cavillucci o de’ Cavicciuoli, conosciuto anche come Filippo Argenti o Argente per il vezzo borioso di usare l'argento per la bardatura del cavallo, era un membro della nobile casata fiorentina degli Adimari, che, al tempo di Dante, era suddivisa in due rami: gli Aldobrandi, di cui al Canto VI viene ricordato il Tegghiaio, e i Cavicciuoli, cui appunto apparteneva Filippo, di temperamento violento e arrogante e fisicamente molto forte. Politicamente gli Adimari stavano dalla parte dei guelfi Neri. Filippo Argenti è protagonista anche di due novelle, l’una di Giovanni Boccaccio (Decameron IX 8), l’altra di Franco Sacchetti (Novellino CXIV), che potrebbero entrambe aver tratto spunto dall’episodio dantesco. Pare che tra la famiglia Alighieri e quella Adimari, vicini di casa, non scorresse buon sangue, poiché quando l'Argenti chiese a Dante di andare dal giudice e mettere una buona parola per risollevarlo da certi problemi giudiziari, questi fece proprio il contrario, aggiungendo ai capi d'accusa quella di reiterata usurpazione del suolo pubblico, che fece a quello raddoppiare l'ammenda.

Esistono altri episodi non documentati che indicano la forte tensione tra le due famiglie: uno schiaffo che Dante prese da lui pubblicamente; il fatto che l'Argenti fosse solito cavalcare con le punte dei piedi all'esterno colpendo chiunque gli passasse accanto, tra cui una volta lo stesso Dante, il quale lo denunciò, facendolo condannare dalla magistratura; il fatto che Dante scoprì, quand'era priore, un caso di corruzione in cui era complice anche l'Argenti; e soprattutto il fatto che gli Argenti si opposero alla revoca del bando a carico del poeta, e il fratello di Filippo, Boccaccino, adducendo presunte offese ricevute dal poeta, riuscì a incamerare i beni confiscati mentre questi era esiliato. L'odio verso la famiglia degli Adimari è sottolineato anche in un passo del Paradiso (XVI), quando Cacciaguida li definisce come l'"oltracotata schiatta che s'indraca / dietro a chi fugge", cioè come quella "famigliaccia" che ha la furia tipica dei draghi verso coloro che sono in difficoltà.

Nel tentativo di ridimensionare l'inaspettata durezza di questo incontro sullo Stige melmoso tra i due, i commentatori più moderni sostengono che l'Argenti impersonifichi metaforicamente il magnate-non magnanimo, dedito alla violenza, che qui ostacola la volontà del pellegrino-Dante di redimersi, la cui "giusta ira" andrebbe quindi vista non tanto contro Filippo (qui già abbondantemente punito), bensì contro una categoria di uomini che con la loro superbia mettono alla prova la magnanimità di chi vuole riscattarsi dalle proprie colpe. In tal senso il tentativo dell'Argenti può essere considerato come un'anticipazione di un più organizzato sforzo impeditivo, quello dei mille diavoli piovuti a difesa delle porte della città infernale. L'ostacolo dell'Argenti è per cosi dire più umano, alla portata del poeta, che infatti l'affronta a muso duro; quello dei diavoli è invece superiore alle forze dei due poeti, e infatti a risolvere il problema dovrà intervenire il messo celeste, che darà una sonora lezione ai demoni.

 

Filippo Argenti 1

 

Vediamo ora di analizzare la parte più pregnante del Canto.

Già si è detto che i commentatori moderni, generalmente, non ritengono che la domanda che l'Argenti rivolge a Dante fosse tale da giustificare una reazione così stizzita, per cui tendono a offrire interpretazioni di carattere più filosofico, soprassedendo alle questioni di natura personale esistenti tra i due. Alcuni però sostengono che proprio in quella domanda, apparentemente banale, c'erano già tutti i presupposti in grado di giustificare l'atteggiamento di Dante. E le motivazioni che danno sono molteplici.

La scena si svolge mentre Dante e Virgilio stavano attraversando con la barca guidata da Flegìas una palude di fango in cui erano immerse le anime degli iracondi o superbi. Ad un certo punto dalla melma venne fuori uno che pose a Dante la seguente domanda: "Chi sei tu che, ancora vivo, vieni qui prima del tempo?"(v. 33).

Le motivazioni che possono avere immediatamente infastidito Dante sono almeno sei. L'Argenti:
1.ha fatto finta di non riconoscerlo;
2.ha dato per scontato che anche Dante, dopo morto, sarebbe finito in quel girone;
3.ha evitato di farsi riconoscere subito (Dante in un certo senso ne avrebbe avuto il diritto, in quanto veniva ostacolato nel suo percorso);
4.non ha ammesso subito che nei confronti di Dante s'era comportato, a Firenze, con molta protervia;
5.aveva intenzioni vagamente minacciose, essendo apparso all'improvviso, in maniera inaspettata, quasi volesse interrompere quel traghettamento;
6.vuole interloquire proprio con Dante, ben sapendo che neppure il barcaiolo Flegìas aveva potuto farlo.

Dante non gli risponde come l'Argenti avrebbe voluto, cioè non gli rivela la propria identità, ma gli dice soltanto che s'illude se spera che lui finisca lì dopo morto. Dopodiché ribatte alla domanda di quello con un'altra domanda dal contenuto analogo: "Chi sei tu, che sei così abbruttito dal fango?"(v. 35).

Entrambi fingono di non riconoscersi. E Dante qui vuol farci capire che non solo l'Argenti fingeva di non riconoscerlo, ma, invece di starsene tra i dannati, ambiva a ostacolare il suo viaggio, il suo percorso di vita, esattamente come aveva più volte fatto a Firenze.

Anche l'Argenti però non risponde a tono: invece di rivelare la propria identità, tergiversa, rimproverandolo di non capire ch'egli è un dannato che sta espiando la propria colpa. Perché mai Dante gli fa dire una cosa del genere? E soprattutto, perché, al sentirla, reagisce in modo così brusco?

Qui Dante raggiunge una finezza psicologica inusitata. Ha fatto dire all'Argenti delle cose semplicemente per mostrare che questi voleva ancora beffarsi di lui. Infatti, se quell'anima dannata fosse stata davvero consapevole di trovarsi lì meritatamente, avrebbe cercato anzitutto di farsi riconoscere, ammettendo le proprie responsabilità anche nei confronti dello stesso Dante. Se l'Argenti era consapevole di meritarsi un castigo, e per giunta "eterno", perché intromettersi nel viaggio di Dante, fingendo di non riconoscerlo? perché non dirgli subito ch'egli era lì anche per i soprusi che aveva fatto subire al suo concittadino e avversario politico?

Dante qui vuol farci capire che bisogna sospettare di chi è abituato a compiere il male anche quando fa mostra di pentimento: la sincerità non è cosa che si possa improvvisare e le formalità non hanno alcun valore quando è in gioco il ravvedimento personale. Se davvero l'Argenti si sentiva colpevole dei propri misfatti, che stesse lì a espiarli senza dar fastidio agli altri. "Resta pure con le tue lacrime e col tuo dolore, spirito maledetto [che qui vuol dire "ipocrita"], che io ti conosco, nonostante la tua lordura".

Quello, mostrando che l'ammissione di colpa era stata del tutto formale e ipocrita, avendo ben altro fine, se ne risentì e cercò addirittura di capovolgere la barca, nell'indifferenza di Flegìas, che non fece nulla per impedirlo. Per fortuna reagì immediatamente Virgilio, che, senza mezzi termini, "lo sospinse, dicendo: - Vattene via con gli altri cani!"(vv. 41-42).

Davvero impressionante questo alterco, inedito per la sua forza poetica nella letteratura medievale mondiale. Tanto che Dante, per giustificarsi d'averlo scritto, si sentì in dovere di aggiungere che aveva ottenuto piena comprensione da parte dello stesso Virgilio, che l'aveva abbracciato e baciato, benedicendo la madre che l'aveva generato, poiché lo considerava un maestro nell'opporsi alle cose inique.

Tuttavia il peggio di questo increscioso episodio dobbiamo ancora esaminarlo. Anzitutto la cosa strana è che non è Dante, che pur aveva detto di conoscere bene l'Argenti, a giustificare la propria reazione agli occhi di Virgilio, ma è quest'ultimo che la giustifica dicendo a Dante che quel dannato s'era comportato in maniera violenta anche in vita, al punto che nessuno sulla Terra aveva un buon ricordo di lui e che, proprio per questa ragione, all'inferno era diventato ancora più ringhioso.

Per quale motivo Dante fa dire a Virgilio una cosa che molto meglio lui avrebbe potuto dire, essendogli stato l'Argenti un contemporaneo? Il motivo è che se l'avesse fatto avrebbe prestato il fianco all'accusa d'aver qui agito per un risentimento personale. Invece così, agendo indipendentemente dalle sue vicende private (che pur avevano avuto un contenuto politico), Dante passa per una persona saggia e avveduta, in grado di capire al volo le altrui ipocrisie e, proprio per questo discernimento, Virgilio lo esalta con grande fervore, con grande trasporto. Dante s'era meritato un super-elogio proprio perché aveva dimostrato di saper tener testa a un nemico anche nell'oltretomba.

Questo modo di procedere tuttavia appare leggermente contraddittorio, in quanto resta il fatto che mentre al verso 39 Dante aveva detto di "conoscere" l'Argenti, ai versi 46-8 è Virgilio che deve spiegargli chi fosse stato quello in vita. Se già Dante lo conosceva bene, che bisogno aveva Virgilio di osannare il suo gesto in maniera così esagerata?

E' sulla base di tali considerazioni che diciamo che qui Dante ha voluto far vedere d'essersi meritato l'elogio non perché conosceva molto bene l'Argenti, ma proprio perché non lo conosceva come Virgilio (che nell'Inferno appare provvisto di scienza infusa) e, pur tuttavia, aveva evitato di lasciarsi ingannare. Virgilio lo premia non perché aveva reagito come uomo che a Firenze aveva odiato un avversario politico particolarmente prepotente, ma perché aveva reagito come ottimo cristiano, che non si lascia ingannare da chi con astuzia tende delle trappole. In questa maniera il lettore ha un'impressione molto più rassicurante del poeta.

Ma al peggio dobbiamo ancora arrivare. I versi 52-66 sono particolarmente violenti. Dante qui chiede a Virgilio la vendetta: "Sarei bramoso di vederlo affogare in quella palude prima che noi ne usciamo". "Attuffare" è un verbo strano. L'Argenti era uscito dal fango del lago, era già tutto pieno di "broda": qui "attuffare" non può semplicemente voler dire "tornare nella melma", ma proprio "starci sotto".

Dante vuole una vendetta personale, in pieno stile feudale. Una richiesta del genere lascia quasi presumere che l'Argenti fosse ancora vivo quando veniva scritta la Cantica. E' come una sfida che l'esule lancia a chi l'ha esiliato o a chi ha approfittato della sua sconfitta. Se fosse stato già morto, sarebbe stata una crudeltà inutile.

Qui però rischiamo di cadere in una nuova contraddizione. Prima Virgilio l'aveva elogiato come "ottimo cristiano"; ora però Dante si comporta come semplice uomo, desideroso di vendetta. E dove può trovare una motivazione cristiana a un desiderio così esacerbato? Non può trovarla, anche se Virgilio non lo rimprovera di stare esagerando, anzi lo conferma dicendogli: "di tal disïo convien che tu goda"(v. 57).

L'unica cosa che Dante può chiamare in causa, a vantaggio della propria coscienza, onde poter soddisfare un desiderio assai poco cristiano come quello della vendetta, è la casualità degli eventi, che Virgilio, essendo già "anima" dell'aldilà, può tranquillamente prevedere. Infatti non c'è nessuno che istiga o ordina a qualcuno d'infierire sull'Argenti. Tutto avviene casualmente, unicamente perché le altre anime detestano il borioso Argenti tanto quanto Dante e Virgilio. Sicché si divertono a straziarlo.

E di questa scena, che Dante dice "desiderata" ma non ricercata, ordita, promossa, organizzata ecc., lui addirittura "loda e ringrazia Dio"(v. 60). Infatti secondo lui è la divina provvidenza che, a modo suo, fa giustizia dell'oppresso. Questo è il massimo che il poeta può concedere alla sua coscienza cristiana, che qui però viene ridotta a ben poca cosa.

In quella melma non era stato affogato solo l'Argenti, ma anche la virtù religiosa di Dante. Odiare uno al punto di rappresentarlo nell'atto di mangiare se stesso, è cosa che induce a pensare che in fondo tra i due la differenza non doveva poi essere così grande.

 

Filippo Argenti 2

 

INFERNO
Canto VIII

Io dico, seguitando, ch'assai prima
che noi fossimo al piè de l'alta torre,
li occhi nostri n'andar suso a la cima

per due fiammette che i vedemmo porre
e un'altra da lungi render cenno
tanto ch'a pena il potea l'occhio tòrre.

E io mi volsi al mar di tutto 'l senno;
dissi: "Questo che dice? e che risponde
quell'altro foco? e chi son quei che 'l fenno?".

Ed elli a me: "Su per le sucide onde
già scorgere puoi quello che s'aspetta,
se 'l fummo del pantan nol ti nasconde".

Corda non pinse mai da sé saetta
che sì corresse via per l'aere snella,
com'io vidi una nave piccioletta

venir per l'acqua verso noi in quella,
sotto 'l governo d'un sol galeoto,
che gridava: "Or se' giunta, anima fella!".

"Flegiàs, Flegiàs, tu gridi a vòto",
disse lo mio segnore "a questa volta:
più non ci avrai che sol passando il loto".

Qual è colui che grande inganno ascolta
che li sia fatto, e poi se ne rammarca,
fecesi Flegiàs ne l'ira accolta.

Lo duca mio discese ne la barca,
e poi mi fece intrare appresso lui;
e sol quand'io fui dentro parve carca.

Tosto che 'l duca e io nel legno fui,
segando se ne va l'antica prora
de l'acqua più che non suol con altrui.

Mentre noi corravam la morta gora,
dinanzi mi si fece un pien di fango,
e disse: "Chi se' tu che vieni anzi ora?".

E io a lui: "S'i' vegno, non rimango;
ma tu chi se', che sì se' fatto brutto?".
Rispuose: "Vedi che son un che piango".

E io a lui: "Con piangere e con lutto,
spirito maladetto, ti rimani;
ch'i' ti conosco, ancor sie lordo tutto".

Allor distese al legno ambo le mani;
per che 'l maestro accorto lo sospinse,
dicendo: "Via costà con li altri cani!".

Lo collo poi con le braccia mi cinse;
basciommi 'l volto, e disse: "Alma sdegnosa,
benedetta colei che 'n te s'incinse!

Quei fu al mondo persona orgogliosa;
bontà non è che sua memoria fregi:
così s'è l'ombra sua qui furiosa.

Quanti si tegnon or là sù gran regi
che qui staranno come porci in brago,
di sé lasciando orribili dispregi!".

E io: "Maestro, molto sarei vago
di vederlo attuffare in questa broda
prima che noi uscissimo del lago".

Ed elli a me: "Avante che la proda
ti si lasci veder, tu sarai sazio:
di tal disio convien che tu goda".

Dopo ciò poco vid'io quello strazio
far di costui a le fangose genti,
che Dio ancor ne lodo e ne ringrazio.

Tutti gridavano: "A Filippo Argenti!";
e 'l fiorentino spirito bizzarro
in sé medesmo si volvea co' denti.

Proseguendo il mio racconto, dico che,
molto prima di giungere ai piedi dell’alta torre,
i nostri sguardi si diressero verso la sua sommità,

attratti da due fiammelle che vedemmo apparire,
di cui una lontana rispondeva ai segnali dell'altra,
ma a stento riuscivamo a distinguerla.

Allora mi rivolsi a Virgilio, dicendo:
"Che significa questo segnale? e che risposta dà
quell’altra luce? e chi ci sta dietro?".

E lui a me: "Sull’acqua melmosa puoi già scorgere
colui che è atteso, se i vapori che lo stagno esala
non lo celano ai tuoi occhi".

Nessuna corda d’arco scoccò mai una freccia
che volasse nell’aria con una velocità
simile a quella della piccola imbarcazione

che vidi dirigersi sull’acqua verso di noi,
pilotata da un solo nocchiero, che urlava:
"T'ho finalmente raggiunto, spirito malvagio!".

"Flegiàs, Flegiàs, tu gridi inutilmente contro di noi"
ribatté il mio maestro, "non ci avrai in tuo potere
che il tempo per attraversare la palude fangosa."

Come chi apprende d'essere stato gravemente
ingannato, e allora prova rammarico, così divenne
Flegiàs per l’ira che in lui si raccolse.

Virgilio scese nella barca,
e poi mi fece scendere dopo di lui;
e solo quando anch’io fui entrato, parve carica.

Non appena Virgilio e io fummo a bordo,
l’antica barca cominciò a fendere l’acqua,
più profondamente di quanto non faccia di solito.

Mentre solcavamo l’immobile palude,
mi si parò davanti uno spirito coperto di fango,
e disse: "Chi sei tu che arrivi anzitempo?"

E io: "Se arrivo, non è certo per rimanere;
ma chi sei tu, reso cosi sporco dal fango?"
Rispose: "Vedi ben che sono uno di quelli che espia".

E io: "Restatene, anima maledetta,
col pianto e col dolore; perché ti riconosco,
anche se sei tutto imbrattato di fango ".

Allora allungò verso la barca entrambe le mani,
ma Virgilio pronto lo respinse, dicendogli:
"Via di qui, vattene a stare con gli altri maledetti!".

Poi mi abbraccio, mi baciò in viso, e disse:
"Anima fiera, sia benedetta colei
che ti ha portato in grembo!

Quello fu in vita un prepotente; nessuna azione
buona abbellisce il ricordo che di sé ha lasciato:
per questo la sua anima è qui in preda al furore.

Quanti si considerano adesso nel mondo persone
di grande importanza, qui staranno come porci
nel brago, lasciando di sé il ricordo di atti spregevoli!"

E io: "Maestro, sarei molto desideroso,
prima di uscire dalla palude,
di vederlo immergere in questa melma".

E Virgilio: "Prima che tu possa vedere la riva,
sarai appagato: è giusto che tu goda
della soddisfazione di questo desiderio".

Poco dopo vidi gli iracondi fare di lui
un tale scempio, che per esso ancora
glorifico e rendo grazie a Dio.

Tutti insieme gridavano: "Addosso a Filippo Argenti!";
e il rabbioso dannato fiorentino volgeva contro sé stesso la propria ira, dilaniandosi coi denti.

 

 

 

Autore

 

Julius Ebnoether

 

 

 

 

 

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