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A Firenze s'inaugura, dopo cinquantanni di attesa, il Museo del Novecento

A Firenze s'inaugura, dopo cinquantanni di attesa, il Museo del Novecento

L'inaugurazione di un nuovo museo è di per sé, dati i tempi, una notizia. Trattandosi poi di un museo museo, ovvero non una di quelle sedicenti kunstshalle, cioè contenitori vuoti, che proliferano su e giù per la penisola, ma di uno spazio che espone fior di collezioni, siamo davanti a qualcosa di sorprendente. Se aggiungiamo che siamo a Firenze, in piazza Santa Maria Novella, di fronte alla facciata dell'Alberti, sotto un portico di Michelozzo, e che parliamo di Novecento, forse è un miracolo.

 

Un miracolo atteso cinquantanni, dalla storia travagliata, un regalo salutato da una vera folla (per la ressa è pura schiantata una vetrata) il giorno del taglio del nastro, il 24 giugno, San Giovanni, patrono della città. Data la risposta entusiasta di cittadini (la maggioranza) e turisti, ma pure di persone venute da fuori solo per questo museo, magari gli italiani sono più strutturati di come ci vedono tanti politici. Una speranza che parte da Firenze? Chissà. Intanto godiamoci i capolavori ritrovati. Che in realtà non erano mai spariti, ma celati nelle inaccessibili collezioni comunali. Ricchissime per una duplice ragione: 1901, l'accordo che sancisce la nascita della Galleria d'arte moderna a Palazzo Pitti, unica realtà del genere di competenza sia nazionale che comunale. E che ha portato nel secolo scorso a numerosi e importanti acquisti. Sono ben 2000 le opere di proprietà del Comune di Firenze custodite nei depositi della Galleria.

L'altra ragione, ben più conosciuta, è l'appello lanciato da Carlo Ludovico Ragghianti all'indomani della tragica alluvione del 1966, per la creazione di un grande museo di arte contemporanea, il MIAC, che risarcisse la città dello sfregio subito e dotasse il Paese di un museo di arte contemporanea di livello internazionale. La risposta all'appello fu entusiastica, ma purtroppo quel museo non vide mai la luce (e in Italia a tuttora non esiste un vero museo internazionale di arte contemporanea). Alla città di Firenze rimase però un corposo numero di opere, inclusa quella collezione Alberto Della Ragione che è la più importante per l'arte italiana fra le due guerre. Così, con l'incremento di altre donazioni, da Rosai a Palazzeschi, alla fine il comune di Firenze si ritrova un patrimonio di circa 1500 opere, fra contemporaneo e Novecento. Sono 300, ordinate in 15 sezioni, quelle esposte nel Museo, le più significative, ma è già prevista una rotazione. De Chirico, Morandi, Depero, Vedova, De Pisis, Rosai, Fontana, Consagra, Severini, Casorati sono solo alcuni nomi citando a caso. Un museo non scontato, intelligente, grazie a un allestimento che la curatrice Valentina Genzini definisce 'immersivo'.

Perché la multimedialità non sovrasta ma integra con discrezione quello che ci si para davani. Dalla partecipazione fiorentina alla Biennale veneziana del 1988 si procede a ritroso, attraverso 15 sezioni, fino alla stagione delle avanguardie storiche e delle riviste. E se il corpus del museo risente inevitabilmente della natura prevalentemente di dono del proprio patrimonio, ove possibile le lacune sono state colmate con donazioni o depositi a lungo termine di artisti e collezionisti. Rivivono così stagioni in cui Firenze fu davvero un faro. Dagli archivi di Zona sbuca la documentazione della prima istallazione di Bill Viola nel 1965 (lui se la ricorda ancora), ecco Giuseppe Chiari e Fluxus, la poesia visiva, Superstudio. Indietro nel tempo c'è la nascita delle sfilate di alta moda a Pitti, il Maggio Fiorentino fucina dalla nascita di un legame con gli artisti all'avanguardia, per rivoluzionare la prassi scenica. Emilio Vedova commentato dalla musica che gli dedicò Luigi Nono, Casella per l'amico Donghi, di cui era raffinato collezionista, la voce di Ungaretti che quasi avviluppa il ritratto che gli ha fatto Pericle Fazzini.

Un bellissimo Fontana, la collezione Palazzeschi con i dodici De Pisis a fianco degli scritti dello stesso Palazzeschi sull'arte dell'amico pittore. Che belli quei totem donati da Mirko Barsaldella, a fianco delle tele del cognato Corrado Cagli. Gli spunti di approfindimento si moltiplicano grazie ai tablet di cui il vistatore si può dotare. Non privatevene, contengo rarità golose. Immaginate l'emozione di fronte alla parete dedicata ad Ottone Rosai vederselo sbucare dagli archivi rai, nel suo studio, a raccontare la propria arte. Oppure imperdibile l'intervista a Carlo Ludovico Ragghianti che racconta quel proprio bellissimo visionario progetto del grande museo di arte contemporanea che l'Italietta non seppe nemmeno immaginare. Così veramente questi spazi offrono infinite possibilità di visita, tanto che è stato previsto un abbonamento annuo alla simbolica cifra di 10 euro.




Firenze, Museo del Novecento, piazza Santa Maria Novella, complesso delle ex Leopoldine

 

 

 

Autore


Marisa Cancilleri

 

 

 

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