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Il carattere e l'orgoglio fiorentino nella partita del 17 febbraio 1530

Il carattere e l'orgoglio fiorentino nella partita del 17 febbraio 1530

Racconta Benedetto Varchi che “I giovani, sì per non interrompere l’antica usanza di giocare ogni anno al calcio per carnovale, e sì per maggiore vilipendio de’ nimici, fecero in su la Piazza di Santa Croce una partita a livrea, venticinque bianchi e venticinque verdi, giocando una vitella.


E per essere non soltanto sentiti ma veduti, misero una parte de’ sonatori, con trombe ed altri strumenti, in sul comignolo del tetto di Santa Croce”.

Per poter comprendere le motivazioni che portarono all’assedio di Firenze è necessario ricordare il Sacco di Roma: l’imperatore del “regno dove non tramonta mai il sole”, Carlo V d’Asburgo,  nel 1527 mise a ferro e fuoco la città Santa di Roma in aperto contrasto col Papa Clemente VII, al secolo Giulio de’ Medici, figlio illegittimo di Giuliano, il fratello minore di Lorenzo il Magnifico ucciso nella congiura dei Pazzi, e di Fioretta, figlia di un carrozzaio. Il sacco di Roma del 1527 fu un evento di una ferocia inaudita e di oltraggio impensabile alla Chiesa Cattolica, con le truppe imperiali che per la prima volta nella storia violarono  la sacralità della figura del pontefice. Raccontano le cronache che le truppe mercenarie dei lanzichenecchi saccheggiarono il saccheggiabile, stuprarono, bruciarono, si lasciarono andare ai più efferati reati accecati dall’odio per i cattolici - loro protestanti - e dalle mancate promesse di riscatti e paghe adeguate. Nell'iconografia pittorica, Clemente VII a partire dal 1527 verrà dipinto con una lunga barba, da sempre simbolo di lutto, a seguito del dolore causatogli dal sacco di Roma.

 

Papa Clemente VII



Nel medesimo anno il popolo fiorentino, forte della fuga del papa Medici da Roma, scacciò i rappresentanti della famiglia dalla città fiorentina, proclamando il governo della Repubblica fiorentina. Ma gli interessi economici e i giochi di potere fecero sì che nel giugno 1529 Carlo V e Papa Clemente VII trovassero un accordo e stringessero un’alleanza politica, consolidata dal matrimonio tra i figli illegittimi dei due, Alessandro e Margherita d’Austria. Le truppe imperiali mossero quindi alla volta di Firenze e il 14 ottobre 1529 l’esercito dilagò nella Piana di Ripoli, a tre chilometri della città, insediandosi sulla collina di Fiesole da una parte e su quella del Giramontino e di Santa Margherita a Montici dall’altra. L’assedio metterà a dura prova la città, le palle di colubrina e di bombarda non daranno pace agli assediati, si cominceranno a razionare i viveri, ma le condizioni igieniche diventeranno preoccupanti creando le premesse per la ricomparsa della peste; ma la Repubblica resiste!
 
I fiorentini in questa occasione tirano fuori il sarcasmo feroce di cui sono capaci, facendo vedere il loro carattere indomito: il 17 febbraio 1530, giorno di carnevale, decidono di farsi beffe degli assedianti giocando, e per giunta bizzarramente in livrea, una partita di pallone in Piazza Santa Croce, luogo ideale  per farsi vedere e sentire dagli assedianti che dal Giramonte possono vedere quello che accade dentro le mura. Gli imperiali reagiscono sparando una cannonata contro il gruppo di suonatori posti sul tetto della Basilica, ma la palla passa oltre dando il pretesto ai fiorentini di farsi ulteriori beffe degli assedianti. Tutto sarà però inutile: il 12 agosto 1530, dopo dieci mesi di assedio, nonostante la resistenza e il valore dei fiorentini, la genialità di Michelangelo che aveva fortificato la città, il coraggio di Francesco Ferrucci, commissario di guerra, nella Battaglia di Gavinana la città è costretta a capitolare; per evitare almeno il saccheggio, Malatesta Baglioni, al comando dell'esercito fiorentino, svolge segretamente le trattative per la resa, ormai inevitabile, con papa Clemente VII impegnandosi a consegnargli la città. Così il 12 agosto 1530 le truppe imperiali varcano porta San Pier Gattolini ed entrano in Firenze.
I dieci mesi di assedio costarono alla città di Firenze 44.000 morti su una popolazione di centomila abitanti. La famiglia Medici torna al potere decretando la fine della Repubblica fiorentina.

 

 

Autore

Marisa Cancilleri

 

 

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