Thursday, Nov 26th

Ultimo aggiornamento04:43:58 PM GMT

Leone X - Papa Medici
Error
  • Error loading feed data.

Leone X - Papa Medici

 

Giovanni de' Medici nacque a Firenze l'11 dicembre 1475, secondogenito di Lorenzo il Magnifico e Clarice Orsini. Fin dalla prima età, ebbe quali maestri alcuni dei più illustri esponenti della cultura fiorentina della sua epoca, gravitanti fra lo Studio cittadino e palazzo Medici. Da Angnolo Poliziano fu iniziato ad una frequentazione raffinata ed esigente delle "humanae litterae", antiche e moderne; alla sua istruzione fu preposto Gregorio da Spoleto, più tardi maestro dell'Ariosto. Echi degli insegnamenti di Marsilio Ficino si possono ritrovare nell'impronta, rimasta indelebile in lui, di una "pietas" religiosa di marca filosofica e intellettualistica, sdegnosa di forme volgari di devozionalismo. Da Demetrio Calcondila venne avviato alla conoscenza della cultura greca, elemento che ebbe notevole peso nella politica culturale da lui promossa come papa nell'ambiente romano. 


Oltre a Gregorio, i suoi precettori domestici, con cui egli intrattenne organico rapporto di "familiaritas", furono Bernardo Michelozzi, intellettuale-funzionario di primo piano dell'entourage mediceo, e l'umanista e curiale Gentile Becchi, vescovo di Arezzo: un vecchio pedagogo di casa Medici, che già era stato educatore del Magnifico. Una stretta amicizia lo legò fin dalla gioventù al suo futuro segretario privato, di poco più vecchio di lui, Bernardo Bibbiena. Il giocoso e faceto letterato sarebbe rimasto al suo fianco per tutta la vita, seguendolo nei suoi spostamenti nella buona e nella cattiva sorte, per coronare la sua carriera con il ruolo di cardinale palatino e consigliere principale del suo padrone.

Della sua infanzia ci resta un documento figurativo assai eloquente nell'affresco del Ghirlandaio nella cappella Sassetti in S. Trinita di Firenze: un fanciullo pallido e flemmatico, dai lineamenti grevi, che suo padre giudicava il più "savio" fra i suoi tre figli maschi. Sotto la guida attenta dei suoi insegnanti, il piccolo Giovanni faceva il suo ingresso sulla scena insieme ai fratelli, apprestandosi a raggiungere il gruppo degli adulti, costituito dal Magnifico e dai membri della cerchia di governo medicea.

Fin da bambino, Giovanni venne avviato alla carriera ecclesiastica, divenendo parte organica del progetto, coltivato da suo padre, di ricostruire l'antica intesa fra la famiglia Medici e il papato. Sarebbe così stata chiusa per sempre la lunga stagione dei conflitti, culminata nel sostegno che Sisto IV aveva dato alla congiura dei Pazzi, nella quale i Medici avevano rischiato di perdere il potere politico a causa della collisione con gli interessi temporali della Sede apostolica.

A sette anni, il 1° giugno 1483, Giovanni ricevette la prima tonsura; a otto venne investito degli ordini sacri e della dignità di protonotario. A causa del suo rango di chierico figlio del Magnifico, il giovinetto ricevette lucrosi benefici ecclesiastici da tutti quei sovrani con i quali il padre vantava rapporti di colleganza. Cumulò così una serie di importanti commende non solo in Toscana (fra cui gli antichi e prestigiosi monasteri di Passignano e di Coltibuono), ma anche in Francia (l'abbazia di Font-Douce, ricevuta in commenda nel 1483, prima ancora di prendere gli ordini sacri), nel Regno di Napoli (dove a undici anni divenne abate commendatario di Montecassino) e nel Ducato di Milano (dove dal 1487 detenne l'abbazia di Morimondo, nella quale introdusse i Cistercensi Riformati dell'Osservanza toscana). Nel 1492, alla morte del prozio Carlo de' Medici, ereditò il patrimonio beneficiario da lui detenuto, all'interno del quale spiccava la prepositura di Prato. In A. Fabroni (p. 245) è elencata una trentina di benefici ecclesiastici retti da Giovanni durante il suo cardinalato, per lo più localizzati in Toscana.

La politica laurenziana di distensione verso il papato colse un pieno successo nel febbraio 1487, quando venne stipulato il matrimonio fra Maddalena de' Medici, figlia del Magnifico, e Franceschetto Cibo, figlio di papa Innocenzo VIII. In conseguenza di questo evento, Giovanni entrò in lizza, malgrado l'ancor tenera età, per la promozione al cardinalato: un gesto di favore che avrebbe suscitato non poco scalpore, ma che il papa poté presentare come dettato da un intento nepotistico di salvaguardia dei comuni destini familiari dei Cibo e dei Medici.

Per aggirare le opposizioni di natura politica e gli impedimenti sul piano canonico, i negoziati si svolsero nella più grande riservatezza e furono coronati da un sostanziale successo, benché la concessione fosse differita nel tempo con un espediente che evitava tuttavia i problemi giuridici della creazione "in pectore". Giovanni de' Medici venne incluso nella rosa degli eletti alla dignità cardinalizia nel Concistoro del 9 marzo 1489; ma il papa dispose, in quello stesso Concistoro, che il tredicenne Giovanni de' Medici - che alla Curia romana era stato fatto passare per sedicenne - dovesse mantenere segreta per tre anni la propria promozione, onde non destare scandalo per la troppo giovane età. Allo scadere del termine, egli avrebbe potuto assumere le insegne cardinalizie e sarebbe stato regolarmente ammesso nel Sacro Collegio, con il titolo diaconale di S. Maria in Domnica.

Nel frattempo, tra il 24 e il 26 febbraio 1489, Giovanni aveva ricevuto gli ordini del suddiaconato e del diaconato e la laurea in diritto canonico. Cominciò subito dopo un rapido tirocinio negli studi universitari, finalizzato a metterlo in grado di ricoprire al meglio il ruolo di senatore della Chiesa. A tal fine, Giovanni si trasferì a Pisa, per frequentare i corsi di uno Studio in cui brillava la fama di eminenti professori di diritto quali Filippo Decio e Bartolomeo Sozzini. Fino agli inizi del 1492 Giovanni dimorò a Pisa, seguendo prevalentemente le lezioni di Antonio Cocchi Donati, docente di diritto canonico. La sua "familia" privata, costituita dal Michelozzi e dal Becchi, si ampliò, con l'ingresso di un segretario, ser Stefano Maldei da Castrocaro; di un economo, Andrea Cambini; di altri due precettori, il canonico Pandolfo della Luna e Matteo da Cascia; di un ripetitore privato, Giovanbattista Bonciani; e di un'autorevole guida al mondo curiale, il volterrano Giacomo Gherardi, segretario pontificio. Tutti costoro avrebbero poi seguito il cardinale nel suo trasferimento a Roma.

Scaduto il triennio, Giovanni si apprestò a occupare il seggio nel Sacro Collegio che gli competeva ormai di diritto. Il 1° febbraio 1492 sostenne positivamente una disputa pubblica, al termine della quale fu insignito del dottorato in diritto canonico. Il 9 marzo seguente il giovinetto vestì le insegne cardinalizie nella badia di Fiesole; poco dopo partì per Roma, dove entrò il 22 marzo. Innocenzo VIII, che il 23 marzo lo ammise nel Sacro Collegio, fu largo di onori verso di lui, conferendogli anche, quale gratifica, la Legazione del Patrimonio (15 aprile).

Il favore papale era quanto mai necessario ai Medici, specialmente dopo che, l'8 aprile 1492, Lorenzo il Magnifico era morto prematuramente, e la guida del regime era passata nelle mani dell'immaturo Piero, il figlio primogenito. Accorso in patria alla morte del padre, il cardinale de' Medici venne nominato dal papa, l'11 maggio, legato pontificio "de latere" per il dominio fiorentino, al fine di aiutare la successione del fratello Piero alla testa del governo. Nel luglio sopraggiunse anche la morte di Innocenzo VIII: l'evento mise fine alla già scarsa influenza che Giovanni aveva potuto esercitare nelle dinamiche interne al governo di Firenze, dove Piero, senza curarsi degli inviti alla moderazione rivoltigli dal fratello cardinale, adottò con imprudenza modi dispotici che incrinarono il consenso attorno alla sua figura.

Tornato a Roma per partecipare al conclave, Giovanni si trovò a fronteggiare una difficile contraddizione. Da una parte, egli era in obbligo di riconoscenza verso la fazione dei futuri trionfatori, capeggiata da Ascanio Sforza e da Rodrigo Borja, alla mediazione dei quali egli doveva il buon esito della sua promozione cardinalizia. Dall'altra, per motivi di politica familiare, si accingeva a tradire le loro aspettative, per attenersi agli orientamenti che suo fratello Piero gli aveva prescritto. Avendo optato per l'alleanza incondizionata con Napoli, Piero de' Medici dovette conformarsi, e Giovanni con lui, alla strategia prescelta da re Ferrante d'Aragona, che puntò tutto sull'elezione a papa di Giuliano della Rovere (il futuro papa Giulio II), nemico capitale di Borja e Sforza. Apertosi il conclave il 6 agosto, dopo le prime schermaglie risultò chiaro che sarebbe stata la fazione dello Sforza, che sosteneva il Borja, a prevalere; vistosi perdente, il Medici si accodò opportunisticamente ad essa, vinto anche da laute ricompense. Questo tardivo ripiego non valse tuttavia a guadagnargli il favore del nuovo papa, Alessandro VI.

Le conseguenze dell'inimicizia di coloro che, l'11 agosto 1492, uscirono vincitori dal conclave, furono presto evidenti: Giovanni perdette il rettorato del Patrimonio, dato a una creatura dello Sforza, e trovò consigliabile stare lontano da Roma. Sotto il pontificato di Alessandro VI, con il quale non intrattenne mai buoni rapporti, il cardinale de' Medici godette, almeno nei primi mesi, di scarsa considerazione, circondato dalla fama di giovane imbelle, succube di suo fratello Piero, che tendeva a usarlo come strumento della propria politica. Giovanni reagì come poté: prese le distanze dai dettami del fratello, soprattutto quando essi andavano contro il suo onore di principe della Chiesa, necessitato a far propria la causa del papato; e soprattutto badò a prolungare il più possibile le sue assenze dall'Urbe, trascorrendo il tempo nelle sue ville e nei suoi benefici in Lazio e in Toscana. Fu a Firenze che egli venne raggiunto dai catastrofici fatti del 1494.

La caduta arrivò per i Medici con inaspettata rapidità, quando, con la riduzione di Piero alla stregua di satellite del re di Napoli e la successiva conclusione di un'alleanza dinastica fra Alessandro VI e lo stesso re Ferrante d'Aragona, si profilò come inevitabile la ritorsione di Ludovico il Moro, che si diede a procurare la discesa in Italia di Carlo VIII, re di Francia. Nella sua posizione di secondogenito, Giovanni non poté dissuadere Piero dal persistere nell'alleanza con il re di Napoli, dalla quale il Medici recedette soltanto quando Carlo VIII mise piede alle frontiere della Toscana. A quel punto, Piero si recò precipitosamente al campo nemico, presso Sarzana, per offrire al sovrano francese una resa a condizioni onorevoli (26 ottobre). Il gesto di Piero, disapprovato dal fratello cardinale, non bastò a guadagnare ai Medici la protezione francese; per di più, esso era stato deciso senza la previa consultazione degli organi di governo fiorentini, i quali decretarono, al ritorno di Piero in città, la sua espulsione (9 novembre 1494). Pochi giorni dopo, lo stesso Giovanni fu costretto a mettersi in salvo dalla furia popolare, fuggendo da Firenze travestito da frate francescano.

Perdute di colpo le basi familiari delle proprie fortune politiche, non solo dentro Firenze, ma anche in Corte di Roma, il giovane cardinale riparò dapprima a Città di Castello, poi a Urbino. Non intravedendo alcuna prospettiva di riscatto per la propria famiglia e poco propenso a tornare a Roma avendo il papa ostile, Giovanni decise di intraprendere in incognito, in compagnia del cugino Giulio (il futuro Clemente VII) e di una decina di familiari, un viaggio per l'Europa, visitando la Germania, i Paesi Bassi e la Francia.

Di questa singolare esperienza egli mantenne sempre un grato ricordo, come di un periodo di totale libertà, peraltro non esente da rischi. Partita da Venezia nell'agosto 1499, la comitiva attraversò la Baviera, ma a Ulm venne arrestata e inviata all'imperatore Massimiliano, al quale il cardinale dovette rivelarsi. I viaggiatori si recarono quindi alla corte di Fiandra, ospiti dell'arciduca Filippo; rinunciarono però ad attraversare la Manica per vedere l'Inghilterra, come avevano progettato. Passati in Francia, a Rouen furono imprigionati, e dovettero aspettare che Piero de' Medici, da Venezia, offrisse al re di Francia tutte le garanzie necessarie ad ottenere la loro liberazione. Discesero quindi a Lione, si imbarcarono a Marsiglia e rientrarono in Italia dalla Liguria, imbattendosi a Savona nel cardinale Giuliano della Rovere, lui pure relegatosi in un volontario esilio fuori Roma.

Le avventurose peregrinazioni furono di stimolo a Giovanni per allargare le proprie conoscenze e sviluppare la propria personalità: quando fece ritorno a Roma, nel maggio 1500, egli era divenuto ormai un uomo maturo ed esperto del mondo, dotato di una propria visione delle cose e pronto a dare il proprio contributo alla restaurazione della potenza dei Medici in Firenze.

Stabilitosi nel palazzo di S. Eustachio (attuale palazzo Madama), il cardinale de' Medici seppe convertire in altrettante risorse, travestendole di maniere cortigiane e liberali, le proprie debolezze, consistenti in una certa qual mancanza di energia che accentuava la sua congenita incapacità di gestire la politica attiva. Adottando di proposito una strategia volta a conciliarsi gli animi di tutti, gli fu facile cambiare la percezione, fino ad allora dominante, della famiglia Medici come vocata a uno stile padronale e sopraffattorio nei confronti degli altri gruppi gentilizi fiorentini. Nel contempo, la sua "familia" romana diventò il polo di riferimento per gli ambienti dell'opposizione al regime instaurato a Firenze da Piero Soderini e dai suoi aderenti, che, a causa del suo orientamento filopopolare e della sua eccessiva compromissione con la causa dell'egemonia francese in Italia, andava progressivamente perdendo consensi tra le fila del patriziato cittadino. Sfoggiando uno stile di vita gaio e fastoso e privilegiando le arti e la cultura, Giovanni si propose, da Roma, quale ideale continuatore della stagione che Firenze aveva conosciuto sotto suo padre.

Di tale programma di revival laurenziano in Roma fu parte integrante la generosità che il cardinale de' Medici usò verso studiosi e letterati, ai quali aprì fra l'altro la ricca biblioteca della sua famiglia, che egli era riuscito a recuperare dal convento fiorentino di S. Marco, dove era finita dopo la confisca ad opera del governo antimediceo. Altro aspetto essenziale del suo mecenatismo fu l'abbellimento delle chiese da lui rette in questo periodo: la sua diaconia titolare romana di S. Maria in Domnica venne restaurata e adornata di una bella facciata con portico; l'importante cattedrale di S. Cristina di Bolsena, sede del celebre miracolo eucaristico, venne da lui rinnovata con una splendida facciata in stile rinascimentale fiorentino, eco forse del progetto che suo padre Lorenzo aveva elaborato per la facciata di S. Maria del Fiore di Firenze. La liberalità, che il cardinale si preoccupava di sfoggiare verso chiunque, gli provocò seri problemi di bilancio; ma egli non vide mai in ciò un ostacolo tale da arrestarlo nelle sue decisioni, contando sempre sulla buona fortuna che lo aveva accompagnato anche nei momenti più bui e che, divenuta quasi proverbiale, costituì un importante motivo della sua popolarità nel mondo romano.

Il favore generale che Giovanni si guadagnò in Corte di Roma con la cortesia dei modi, la mansuetudine del carattere e l'ostentazione di una cultura e di un gusto superiori gli fu di fondamentale aiuto quando, con la morte accidentale di suo fratello Piero, verso la fine del 1503, egli divenne a tutti gli effetti il capo della famiglia Medici. Assai più che le sfortunate spedizioni militari in cui Piero si era imbarcato, dirette a rovesciare il regime soderiniano con un colpo di stato, sarebbero stati ora i giochi diplomatici internazionali, condotti dal cardinale alla Corte pontificia in stretta dipendenza dagli interessi temporali del papato, a decidere del ritorno dei Medici in Firenze.

Morto in quello stesso anno 1503 anche Alessandro VI, che con la sua supina dipendenza dal re di Francia aveva costituito un perenne intralcio ai tentativi medicei di un colpo di stato a Firenze contro il Soderini, Giovanni salì nella più grande considerazione con il nuovo papa, Giulio II, alla cui elezione egli aveva concorso di buon grado.

Dati i rapporti di alleanza che Giulio II intrattenne con la Francia lungo la prima parte del suo pontificato, premuto dalla necessità di recuperare Bologna e la Romagna, il cardinale de' Medici dovette rimanere ancora per lunghi anni nell'ombra: periodo che egli impiegò a rafforzare il proprio ascendente tra le famiglie dei mercanti-banchieri fiorentini attivi alla Corte di Roma. Da dentro Firenze, la sua opera di recupero del consenso verso l'autorità dei Medici tra le fila del patriziato cittadino venne attivamente coadiuvata da sua sorella Lucrezia, moglie di Iacopo Salviati. Alla Corte di Roma, fu di grande utilità per la rimonta dell'astro mediceo l'amicizia che Giovanni allacciò con il cardinale Galeotto della Rovere, nipote prediletto di Giulio II, al quale fu accomunato da uno spirito brillante e mondano.

Verso il 1510, Giulio II decise il rovesciamento dell'alleanza fino ad allora intrattenuta con Luigi XII, che gli aveva fornito un fondamentale aiuto per destituire i Bentivoglio e battere Venezia ma che minacciava di ridurre la Sede apostolica alla subalternità alla Francia. Con il nuovo corso della politica papale, le potenzialità insite in una figura come quella del cardinale di casa Medici risaltarono agli occhi dell'indomito papa.

I propositi di Giulio II, consistenti nel rafforzare la potenza temporale della Chiesa romana, facendone la guida politica di un'Italia sgombrata dalla presenza di dominatori oltremontani, collimavano perfettamente con i desideri del cardinale de' Medici: questi, per ragioni familiari, figurava infatti come uno dei porporati maggiormente ostili alla Francia, della quale la Repubblica soderiniana di Firenze rappresentava la più tenace alleata fra gli Stati italiani.

La collaborazione fra i due raggiunse piena evidenza con la nomina, avvenuta il 1° ottobre 1511, del cardinal Giovanni de' Medici a rettore pontificio di Bologna e della Romagna, con l'incarico di recarsi su quel teatro di guerra per debellare la potenza francese ed espellerla poi dall'intera Val Padana.

Giovanni si trovò così implicato in una pericolosa missione sul campo, in qualità di sovrintendente all'esercito pontificio, nel quadro delle operazioni belliche relative alla guerra della Lega Santa, che Giulio II aveva scatenato contro Luigi XII senza lasciarsi fermare dalla propria inferiorità sul piano militare e contando solo sull'aiuto di Venezia. Il momento era particolarmente drammatico per la Sede apostolica, in quanto il re di Francia aveva indetto un concilio a Pisa, dove, con l'avallo della Chiesa gallicana, si proponeva di procurare la deposizione di Giulio II. Lento e irresoluto, il cardinale de' Medici scontentò il focoso Giulio II che non trovò mai condottieri e legati degni della sua tempra, perché si rifiutò di attaccare Bologna per cacciarne i Bentivoglio, che vi erano rientrati. Riuscì tuttavia a strappare Modena agli Este, occupandola con l'aiuto dei Rangoni, prima che si arrivasse allo scontro decisivo con la temutissima armata francese, comandata da Gaston de Foix.

Superiore per numero e per valore, l'esercito di Luigi XII prevalse nella sanguinosa battaglia di Ravenna (11 aprile 1512), in cui lo stesso Medici venne fatto prigioniero. Le perdite subite dalle truppe francesi furono tuttavia di tale entità da rendere immediatamente problematico per Luigi XII il mantenimento della Lombardia, specialmente in previsione di un nuovo assalto che Giulio II stava concertando con gli Svizzeri, suoi alleati.

Condotto a Milano, il Medici poté atteggiarsi a pacificatore nei confronti dei suoi nemici, per conto di un papato che appariva sconfitto dalle armi ma per nulla disposto a capitolare davanti alle pretese di un re che aveva comunque mancato il suo obiettivo, non essendo riuscito a deporre Giulio II. Prigioniero onoratissimo, a Milano il cardinale era costantemente circondato da gran folla: tale popolarità era dovuta al fatto che la città, avendo offerto ospitalità al "conciliabolo" gallicano, trasferitosi da Pisa, era caduta sotto l'interdetto pontificio, a cui si aggiungevano gli effetti della scomunica papale in cui erano incorsi tutti coloro che avevano militato per la Francia. In qualità di legato "de latere", il Medici poteva concedere l'assoluzione a tutti i soldati che avessero promesso di non combattere più contro la Chiesa, nonché autorizzare la sepoltura ecclesiastica di tutti coloro per cui se ne fosse fatta richiesta. Il grande concorso di gente attorno a lui non poté essere fermato dalla contrarietà dei governanti francesi, né dalla disapprovazione dei cardinali scismatici presenti in città nei confronti di tali manifestazioni di ossequio verso l'autorità della Chiesa romana.

Intendendo usare il cardinal legato come ostaggio in vista della calata di un esercito svizzero in Lombardia, Luigi XII ordinò il suo trasferimento in Francia; ma, al passaggio del Po presso Pieve del Cairo, in Lomellina, il Medici venne liberato da un'armata contadina al comando di alcuni gentiluomini del luogo, nemici dei Francesi (6 giugno 1512). Ritornato insperatamente in libertà, il cardinale poté sfruttare appieno, per risollevare assieme i destini della Chiesa e quelli della propria famiglia, la fortuna arrisa alla Lega Santa in seguito all'indebolimento della presenza francese in Italia.

Al congresso di Mantova, nell'agosto 1512, Giovanni ottenne che il papato e i suoi alleati deliberassero la restaurazione dei Medici in Firenze, pegno della sottrazione della città all'alleanza con Luigi XII, che si prevedeva sarebbe stato costretto a evacuare la Lombardia. Ottenuta a tal fine la disponibilità delle truppe spagnole, al comando del Cardona, il cardinale partecipò di persona alle operazioni militari che condussero all'abbattimento del regime soderiniano. La principale di esse fu la presa di Prato (29 agosto), seguita dall'orrendo e celebre sacco. Terrorizzati, i Fiorentini destituirono il Soderini (31 agosto) e aprirono le porte della loro città ai Medici (1° settembre).

Rientrato in Firenze il 14 settembre, il cardinal Giovanni diede avvio, nella sua posizione di capo della famiglia governante, alla ricostruzione di un assetto di governo docile all'autorità dei Medici. Si dimostrò clemente con i nemici sconfitti e ricercò, per quanto possibile, un consenso interno che ponesse il nuovo regime in una luce di continuità con le tradizioni costituzionali repubblicane: queste continuarono a sussistere, ma furono da lui piegate al sistema di potere mediceo, secondo uno schema che si rifaceva all'epoca di suo padre. Pare che non sia da imputare a lui, ma all'estremismo del partito mediceo, il rigore con cui fu punita la congiura di Pier Paolo Boscoli, che egli avrebbe voluto reprimere con metodi meno cruenti. È verosimile che, nell'agire così, egli mirasse a una rapida rimarginazione delle lacerazioni interne a Firenze, in quanto consapevole dell'impossibilità di risiedere per lungo tempo nella città; ma è certamente vero che egli diede prova di un carattere mite che contrastava con le fosche attitudini alla violenza politica che avevano segnato la storia della sua patria ancora in tempi recenti.

Le dimostrazioni di clemenza date dal Medici in Firenze fecero sì che si incentrassero proprio sulla sua persona le attese generali, quando, con la morte di Giulio II il 21 febbraio 1513, si diffuse per la cristianità l'attesa di un supremo pastore tutto dedito alla pace, che facesse dimenticare i traumi causati alla Chiesa dal titanico, pervicace temporalismo con cui papa della Rovere aveva interpretato il proprio ruolo.

Senza arretrare davanti ai disastri e alle carneficine in massa, il pontefice appena defunto aveva perseguito una linea bellicista tutta interna al mondo italiano, non mostrando di curarsi troppo dei problemi generali della Chiesa, né della sfida mortale che i Turchi stavano arrecando all'Occidente, dopo aver schiacciato l'Oriente greco. Per questo motivo circolavano allora profezie secondo le quali la Chiesa romana sarebbe stata sul punto di scomparire, non diversamente dal vecchio Impero germanico, di cui pure si prevedeva la fine. L'Europa sarebbe così rimasta priva delle due autorità supreme che l'avevano retta nel corso della sua storia secolare; a meno che la comparsa di un "papa angelico" non avesse arrestato il corso di tali perniciosi eventi, restaurando l'ufficio pastorale al vertice della cristianità. Espressione di tali attese palingenetiche fu, tra l'altro, il celebre Libellus ad Leonem X di Giustiniani e Querini, composto nell'estate del 1513, poco dopo l'elezione di colui nel quale si ravvisava il possibile autore della riforma morale e istituzionale della Chiesa romana.

La convergenza di tali aspettative di pace sulla persona di Giovanni de' Medici fu talmente ampia, all'esterno come all'interno del Sacro Collegio, che egli fu eletto papa, l'11 marzo 1513, dopo un brevissimo conclave nel quale - conformemente alla bolla del 1505, con cui Giulio II aveva anatemizzato l'impiego di mezzi simoniaci per le future elezioni pontificie - non si registrò neppure un accenno di ricorso alla corruzione. "Contro ogni credere del mondo fu fatto papa", ricorderà il Cellini nella sua autobiografia, considerando che L., al momento della sua esaltazione al soglio pontificio, non aveva che trentasette anni.

Al conclave di L. parteciparono venticinque cardinali su trentuno: diciannove di essi erano italiani, due spagnoli, uno francese, uno svizzero, uno ungherese, uno inglese. Costoro si suddividevano in tredici creature di Giulio II e dieci di Alessandro VI, più una di Innocenzo VIII (lo stesso Medici) e una di Sisto IV (il Riario, dapprima suo antagonista e poi suo grande elettore). Come si vede, predominante era la componente dei cardinali "giovani", intendendo tale termine come riferito non soltanto all'età, ma anche alla durata della permanenza del porporato nel Sacro Collegio, misurata secondo il numero dei pontificati. Data la sua già lunga presenza in Collegio, fu dunque possibile al cardinale de' Medici, nemmeno quarantenne, esser visto come sufficientemente anziano per risultare papabile; ma ebbe certo il suo peso, nei calcoli degli elettori, anche la malferma salute del nuovo papa, che già nel corso del conclave lo fece apparire così sofferente da escludere la possibilità che egli vivesse a lungo. La notizia di un suo non lontano decesso, confermata da medici prezzolati, fu fatta abilmente circolare dal suo conclavista, Bernardo Bibbiena. Il partito dei sostenitori del Medici era composto per lo più da "giovani" (Sauli, Cornaro, Petrucci, Aragona, Gonzaga, Ciocchi, Schinner), che si mossero assai compatti per contrastare i maneggi dei "vecchi", ben più disuniti in quanto animati ciascuno da ambizione individuale. Grande effetto su tutti fece l'inaspettata riconciliazione che il Medici ricercò con il cardinal Francesco Soderini, fratello di Piero, ex gonfaloniere a vita della Repubblica fiorentina: la disponibilità che il Medici dimostrò a perdonare i vecchi nemici fece totalmente il suo gioco, in quanto gli procurò il favore del filofrancese Soderini, che non voleva in alcun modo veder papa il filospagnolo Riario, il quale alla vigilia godeva di un notevole favore. Per impedire la vittoria del suo rivale Riario, oltre che per salvare le sorti della propria casata in Firenze, il Soderini si accostò pertanto al Medici, costringendo di riflesso il Riario a imitarlo: questi riversò "per accessum" sul Medici il pacchetto di voti da lui controllato, onde non incorrere nella disgrazia di colui che si preannunciava già come il futuro papa. Tutto si svolse in un tempo brevissimo: il conclave si aprì il 4 marzo, ma il primo scrutinio esplorativo ebbe luogo solo il 10 marzo. Al secondo scrutinio, tenutosi il giorno successivo, fu già possibile al Medici essere eletto all'unanimità, dopo un rapido, febbrile andirivieni di trattative gestito per lui dal Bibbiena.

I "giovani" dovettero sentirsi rassicurati più dal Medici che da alcun altro dei cardinali "vecchi" per la sua malleabilità, oltre che per essere lui personalmente impegnato in una guerra di liberazione, diretta a mantenere Firenze, e dunque l'Italia, al di fuori della sfera d'influenza di Francia e di Spagna. Troppo vivo era il desiderio di scongiurare la ricomparsa di un pontefice incline alla guerra e ai rimedi estremi, quale quello appena defunto, per non scegliere colui che, fra i papabili, dava le migliori garanzie per una politica di pacificazione bilanciata fra le potenze europee e per una chiusura onorevole dell'imbarazzante situazione in cui Giulio II aveva lasciato la Chiesa romana. Al "conciliabolo" di Pisa, nel frattempo trasferitosi a Milano, Giulio II aveva infatti risposto non soltanto con la sua condanna per eresia e scisma, ma anche con l'apertura a Roma di un concorrente concilio riformatore, il concilio Lateranense V, che aveva suscitato molte aspettative di rigenerazione "in capite" della Chiesa: ad esse occorreva far fronte in qualche modo, mentre restava sempre aperta la ferita rappresentata dalla condizione scismatica in cui la Chiesa gallicana era venuta a trovarsi, in conseguenza del suo coinvolgimento nella lotta fra re Luigi XII e papa Giulio II. Il timore di nuovi possibili episodi di autocrazia pontificia spinse i cardinali a stipulare in conclave una serie di capitolazioni elettorali più pesanti del solito, con le quali si intendeva legare le mani del futuro papa proprio sui punti in cui Giulio II aveva, a loro giudizio, governato oltrepassando i limiti consuetudinari dell'esercizio del potere pontificio: la dichiarazione di guerra, l'amministrazione dello Stato pontificio, la riforma della Chiesa.

Essendo solo diacono, il nuovo pontefice fu ordinato sacerdote il 15 marzo 1513; il 17 fu ordinato vescovo. L'incoronazione, volutamente sobria e accompagnata da dimostrazioni di umiltà da parte del neoeletto verso i confratelli cardinali, si svolse il 19 marzo. Solennità e fasto senza precedenti furono invece dispiegati l'11 aprile, quando, in coincidenza con l'anniversario della propria cattura a Ravenna, L. celebrò la sua presa di possesso della chiesa di S. Giovanni in Laterano.

La descrizione della stupefacente cerimonia, nella quale si disse venissero profusi più di 100.000 ducati, occupa molte pagine e venne anche data alle stampe, per cura di G.G. Penni (una riproduzione in W. Roscoe, Vita e pontificato, V, pp. 192-231). Centrale, nell'elaborazione scenografica del corteo, era l'idea della continuità fra l'antico e il nuovo "imperium" avente la propria sede a Roma, come sottolineavano i moltissimi archi trionfali posticci, con statue e iscrizioni, che scandivano il percorso processionale della "via papalis". Alla luce di un così insistito programma iconografico, la scelta stessa del nome di Leone da parte del Medici può essere interpretata - anche tenendo conto degli affreschi che egli commissionò per le Stanze vaticane - come legata al programma di restaurazione della "humana civilitas" che alla Sede apostolica competeva, in quanto erede culturale della Roma imperiale: un'operazione che poteva prendere, all'occorrenza, anche le forme della difesa dagli aggressori "barbari" del patrimonio della Chiesa, nonché della "libertà" d'Italia, da esso interdipendente.

L'avvento di L. al soglio pontificio fu salutato dall'entusiasmo dei moltissimi che vi vedevano la promessa di una chiusura della luttuosa stagione delle guerre d'Italia, accompagnata da una rifioritura religiosa della Chiesa che non andasse disgiunta dalla promozione delle lettere e delle arti. Ma se le intenzioni del pontefice potevano dirsi sinceramente pacifiche, non altrettanto lo erano quelle dei suoi principali interlocutori, i sovrani europei. Costoro non corrisposero affatto alle speranze del nuovo papa e riaprirono, subito dopo la sua elezione, le operazioni belliche per il predominio sulla penisola italiana. Visti cadere nel vuoto i suoi auspici di pace, L. rispose con una cauta politica di salvaguardia del ruolo arbitrale del papato nei confronti delle grandi potenze, senza tuttavia rinunciare a compiere il programma delineato da Giulio II con la promozione della Lega Santa.

Quando Giulio II morì, Francia e Venezia, confederate nella Lega di Blois, si stavano preparando ad attaccare la Lombardia per espellerne l'inetto duca Massimiliano Sforza, che era sorretto solo dalle armi svizzere e dalla tutela papale. Per difendere Milano, poco dopo l'elezione di L., il 5 aprile 1513, venne stretta a Malines una coalizione tra Impero, Spagna e Inghilterra: ad essa il nuovo pontefice si limitò a dare la propria adesione segreta, fornendo sottobanco i fondi per pagare le fanterie svizzere. Ufficialmente, L. si preoccupò di dichiararsi neutrale, non volendo intromettersi nella guerra per il possesso della Lombardia onde non compromettere le speranze di una composizione dello scisma gallicano d'intesa con Luigi XII. Per lo stesso motivo sospese la citazione per contumacia che il concilio Lateranense V stava per emettere contro i rappresentanti della Chiesa francese. Nella battaglia di Novara, il 6 giugno, le truppe francesi discese al recupero del Ducato di Milano vennero battute; Venezia subì a sua volta una secca sconfitta ad opera degli Ispano-Imperiali a Vicenza (7 ottobre). Con il contemporaneo colpo di stato antifrancese occorso a Genova, il sogno di Giulio II poté dirsi compiuto ad opera del suo successore: l'Italia centrosettentrionale era sgombra dai dominatori oltremontani, i Veneziani non facevano più paura e le armate svizzere, fedeli al papato, fungevano da scudo all'indipendenza di Milano.

Umiliato, Luigi XII fu costretto a sottomettersi all'arbitrato che L. prontamente gli offrì per addivenire alla pace. Quale prezzo da pagare all'autorità papale, il sovrano francese dovette sconfessare il "conciliabolo" di Pisa-Milano e abbandonare i cardinali scismatici, che da parte sua L., usando la sua notoria clemenza, perdonò e riaccolse a Roma senza difficoltà, accontentandosi di un'abiura. La più grande vittoria sul versante del governo spirituale della Chiesa fu colta dal pontefice con l'ottenere che il clero di Francia si recasse a Roma a partecipare al concilio Lateranense V, secondo quanto venne annunciato nella VIII sessione del concilio stesso, il 19 dicembre 1513. Con ciò, lo scisma gallicano era formalmente chiuso. A quella data, L. sembrava avere brillantemente risolto tutte le pendenze aperte dal suo predecessore. Con il fiducioso ottimismo che rappresentò nel bene e nel male uno degli aspetti peculiari della sua personalità, papa Medici passò quindi ad affrontare in blocco le sue principali incombenze pastorali, atteggiandosi a capo di una Chiesa occidentale che aveva ritrovato unità e dinamismo.

In quella stessa VIII sessione del concilio, venne avanzata la proposta di una pace tra i principi cristiani che fosse preliminare all'indizione della guerra santa contro i Turchi; contemporaneamente, fu sollevata la necessità della riforma della Chiesa "in capite et membris". Questa seconda parte del programma ebbe attuazione alla IX sessione del concilio, nel maggio 1514, quando venne promulgata una bolla con cui si prescriveva la correzione dei principali abusi vigenti alla Curia romana. Ad essa seguì, esattamente un anno dopo, alla X sessione, una bolla di riforma delle strutture del governo delle diocesi, con un rafforzamento delle prerogative dei vescovi. Tutte le disposizioni conciliari emanate fra 1513 e 1515, che avrebbero dovuto segnare una svolta nella storia della Chiesa romana, rimasero lettera morta. La paralisi di cui la monarchia pontificia diede prova nella sua azione riformatrice si rese particolarmente evidente quando L., accogliendo le querele che si moltiplicavano contro gli abusi e l'esosità della Corte di Roma, istituì una commissione incaricata di vagliare i rimedi possibili (il testo della relazione in W. von Hofmann, II, pp. 240-48). Le proposte della commissione si tradussero nelle prescrizioni contenute nella bolla di riforma della Curia romana del 1514. Il paradossale esito di tale iniziativa fu un rialzo delle tariffe praticate dagli ufficiali di Curia, che, al momento di passare all'attuazione dei provvedimenti di riforma, seppero far valere tutto il loro peso di servitori e di finanziatori della Sede apostolica per condizionare le decisioni ultime di L., che dovette ritornare sui suoi passi. Episodi di questo genere dimostrano come la sollecitudine per la riforma della Chiesa, genuinamente avvertita da L. nei primissimi anni di pontificato, venisse ben presto fagocitata da necessità di altro genere, che lo costrinsero a concentrarsi quasi esclusivamente sul problema del reperimento di mezzi finanziari.

Ai grandi successi sul piano politico-diplomatico dell'esordio del pontificato di L. si accompagnarono i primi segnali delle sue tendenze nepotistiche. Esse affiorarono nel corso dell'attuazione del programma politico ereditato da Giulio II, consistente nell'affrancare la penisola dall'egemonia di questa o quella potenza oltremontana, al fine di fare degli Stati italiani una sorta di cintura protettiva della "libertas Ecclesiae". Un programma che venne tradito nella sua genuina ispirazione - volta all'esclusivo vantaggio del patrimonio della Chiesa, e perciò deliberatamente lontana dai tranelli del "grande nepotismo" - e mescolato al proposito di fare grande casa Medici.

Era del resto inevitabile che l'esigenza per i Medici di mantenere salda la presa sul governo di Firenze finisse per condizionare la politica internazionale di L. come sovrano pontefice. All'inizio del suo pontificato egli dovette scegliere il nuovo capo del regime fiorentino, che avrebbe esercitato una sorta di luogotenenza per conto del papa assente. Poiché il suo trentaquattrenne fratello Giuliano soffriva di cattive condizioni di salute e non poteva muoversi da Roma, la scelta cadde su suo nipote Lorenzo, ventunenne, figlio del defunto Piero, che il 10 agosto 1513 si trasferì nella città toscana. Nel congedarlo, lo zio gli consegnò un'"instructione", in cui veniva prescritto l'esercizio di una signoria personale dai tratti moderati (il testo in "Archivio Storico Italiano", 1, 1842, App. VIII, pp. 299-306). Contemporaneamente L. si preoccupò di rafforzare sul versante ecclesiastico l'autorità della cerchia medicea. L'8 aprile 1513, Giulio de' Medici (il futuro Clemente VII), cugino e fratello adottivo del papa, venne promosso arcivescovo di Firenze; il 23 settembre venne creato cardinale, insieme a Innocenzo Cibo, nipote "ex sorore" di L., a Lorenzo Pucci, canonista apprezzato e fedele cliente dei Medici, e a Bernardo Dovizi da Bibbiena, che era stato da poco nominato tesoriere pontificio.

La preponderanza del Bibbiena all'interno del gruppo dei consiglieri di L. fu assoluta, almeno per i primissimi anni del suo pontificato. L'odio viscerale che il Bibbiena aveva sviluppato contro la Francia, spiegabile in buona parte con i suoi trascorsi di partigiano mediceo cacciato da Firenze con la calata di Carlo VIII, determinarono l'orientamento tenacemente antifrancese dei primordi del pontificato leonino: una linea che peraltro cozzava con i sentimenti personali di Lorenzo de' Medici, propenso piuttosto a sostituire i Soderini nel ruolo di interlocutore privilegiato del re di Francia dentro Firenze. Neppure il cardinal Giulio de' Medici, di temperamento ben più moderato, poté soppiantare il Bibbiena nella fiducia del papa, se non dopo che, nell'autunno 1515, il tracollo provocato alla Santa Sede dalla sua linea politica lo emarginò dai giochi dell'alta diplomazia al Palazzo Apostolico. Nel 1518, quando ormai il cardinal Giulio de' Medici gli era totalmente subentrato nel ruolo di braccio destro del pontefice, il Bibbiena venne mandato in Francia in qualità di cardinal legato presso Francesco I; in questa circostanza, egli ribaltò le proprie inclinazioni politiche, concludendo la propria vita come avvocato dell'alleanza fra la Sede apostolica e il Regno di Francia.

Nella sua qualità di "alter ego" del papa, il Bibbiena contribuì a elaborare il progetto, subito delineatosi nella mente di L., di unire al patrimonio familiare dei Medici altri possedimenti, esterni a Firenze ma funzionali a mantenere la preminenza della famiglia all'interno di una città tuttora refrattaria al regime signorile. Il bacino di conquista per il nepotismo mediceo venne localizzato nell'Emilia, area in cui la dissoluzione della potenza milanese e la crisi in cui versavano gli Este, alleati della Francia, avevano aperto ampi squarci per il suo assoggettamento alla sovranità papale. Anche la Romagna all'occasione sarebbe caduta nel mirino del papa Medici, edotto dall'esempio di Cesare Borja intorno alla facilità di assorbire qualcuna delle signorie cittadine che ancora sopravvivevano nella regione. Verso la fine del suo pontificato, Giulio II era riuscito a strappare Reggio e Modena alla casa d'Este, complice il vuoto di potere creatosi con la temporanea eclissi della dominazione francese in Lombardia. Riprendendo anche sotto questo aspetto i piani del suo predecessore, papa Medici continuò l'espansionismo della Chiesa nella pianura padana, che poteva essere giustificato come uno spostamento delle frontiere settentrionali dello Stato pontificio fino al confine segnato dal Po, previsto dalla Donazione di Costantino. Nel maggio 1513, L. si fece cedere dal Cardona Parma e Piacenza, che nel marzo 1513 erano state occupate dalle truppe spagnole a nome della Sede apostolica. La sua intenzione era quella di rendere permanenti tali conquiste, ma di non devolverle alla soggezione immediata del papato, bensì di accorparle in uno Stato pluricittadino che sarebbe stato conferito alla famiglia Medici, attraverso l'investitura di suo fratello Giuliano a vicario della Sede apostolica.

Non era neppure escluso, come da più parti si denunciò, che il papa accarezzasse il sogno di investire i Medici anche del Ducato di Milano, che sarebbe andato a Lorenzo, e del Regno di Napoli, che sarebbe andato a Giuliano, onde sottrarre i due Stati italiani alle ambizioni delle grandi monarchie europee. Riprendendo consapevolmente un'opzione abbracciata dalla Chiesa romana fin dal Duecento, L. espresse in più occasioni la volontà di impedire che "il capo e la coda" d'Italia pervenissero nelle mani di uno stesso sovrano: in quest'ottica, egli non intendeva far altro che associare alla causa della "libertà" della Chiesa l'ascesa dei Medici al rango di sovrani territoriali, sotto l'egida pontificia. Furono queste le linee portanti della politica temporale che L. perseguì lungo la prima parte del suo pontificato, per nulla arrestato dagli insuccessi e dagli alti costi delle parziali affermazioni che essa colse. Fu solo dopo la morte di suo nipote Lorenzo, il 4 maggio 1519, il quale era stato preceduto nella tomba da Giuliano, il 17 marzo 1516, che papa Medici, non disponendo più di eredi validi a cui trasmettere le acquisizioni che si proponeva di ottenere con i mezzi della Chiesa, convertì le proprie mire a vantaggio dell'ampliamento dello Stato pontificio. In questa seconda fase del suo regno, inaugurata dalla dichiarazione, fatta all'indomani della morte di Lorenzo, di non voler pensare più alla casa propria ma alla casa di Dio, cioè alla Chiesa, L. non rinunciò comunque ad anteporre a ogni altro calcolo la necessità di consolidare il predominio della famiglia Medici in Firenze. A tal fine, egli favorì in ogni modo il cardinal Giulio de' Medici, cumulando in lui una serie di poteri nel temporale e nello spirituale che gli consentissero, da Roma, di mantenere Firenze sotto controllo anche nell'eventualità della propria scomparsa. Sul versante curiale, tale linea di azione fu particolarmente efficace, poiché predispose la successione di Giulio de' Medici al soglio pontificio, due anni dopo la morte del cugino. Assai meno riuscito fu il tentativo di L. di imporre i Medici contemporaneamente come signori di Firenze e come grandi feudatari dello Stato pontificio: oltre a gettare la penisola in preda a nuove guerre, tale sforzo non radicò neppure in via definitiva l'autorità dei Medici dentro Firenze.

Per nulla ignoti ai contemporanei, i desideri nutriti da L. in favore dei propri congiunti - soprattutto quelli incentrati sulla successione, tuttora oggetto di disputa, al trono di Napoli - gli attirarono la diffidenza di Ferdinando il Cattolico, suo alleato. Il sovrano spagnolo aveva del resto molte ragioni per sospettare della lealtà del papa: timoroso che dalla sconfitta della Francia nell'Italia settentrionale potesse derivare un rafforzamento della presenza spagnola nell'Italia meridionale e una sua successiva proiezione sulla Lombardia, L., subito dopo la riconciliazione con Luigi XII, si era dato ad ogni astuzia diplomatica per stabilire una rinnovata intesa con il sovrano francese.

Nel fare ciò, L. era spinto dalla paura che avevano suscitato in lui le notizie, circolanti dai primi del 1514, di un imminente accordo matrimoniale tra Francia e Spagna, con conseguente spartizione dell'Italia. Ma è indubbio che i volteggi della diplomazia leonina, che gettarono sul papa Medici una luce sinistra di perfidia, derivavano anche da un "habitus" culturale, risalente alla stagione della "politica dell'equilibrio" di Lorenzo il Magnifico, figura divenuta ormai, in ambito ottimatizio fiorentino, oggetto di un mito politico. Con un Medici sul trono papale, l'ambiguità nel maneggio della diplomazia divenne sinonimo di prudenza e venne codificata da massime politiche che nel Cinquecento godettero di notorietà: tra le più citate, quella secondo cui, quando si era fatta lega con un principe, non si doveva per questo smettere di trattare con il principe suo nemico; o quella di non stimare mai vano qualsiasi sospetto, e dunque premunirsi e attendere; o quella di favorire sempre la parte più debole per costringere la più forte a rinunciare all'aggressione, mantenendo così la bilancia delle forze in pareggio, senza venire alle armi e conservando la pace solo con la reputazione (F. Nitti, pp. 9, 46, 301).

La sistematica doppiezza di L. era dunque un antidoto all'impotenza, suggerito dalla necessità di salvaguardarsi in ogni momento, anche in condizioni di inferiorità. È però da dire che i risultati delle sue manovre preventive andarono talora ben al di là delle semplici precauzioni e produssero effetti diametralmente opposti ai disegni, dato l'eccesso di timore che le ispirava. Colui che meglio descrisse le enigmatiche oscillazioni della diplomazia leonina fu il Guicciardini, che nella Storia d'Italia colse, con la solita tagliente lucidità, gli esiti paradossali delle debolezze di questo papa, particolarmente evidenti durante la riconquista francese di Milano nel 1515. Era infatti scontato che L. fosse del tutto contrario al ritorno della Lombardia sotto la Francia; e tuttavia egli preparò, a furia di artificiose cautele, le condizioni per cui il fatto poi accadde, contro la sua volontà.

L'origine della sciagura nacque dal fatto che, per paura di restare emarginato dagli accordi fra le grandi potenze europee, L. riuscì a procurare una pacificazione tra Inghilterra e Francia, mediante cui egli avrebbe voluto tenere a bada la Spagna. Questo atto ebbe invece l'effetto di rendere più sicuri per Luigi XII i confini settentrionali del suo Regno, lasciandolo libero di intervenire nuovamente in Italia. Nel contempo, il debito che il papa contrasse nei confronti del Wolsey, artefice dell'accordo, lo obbligò a promuovere al cardinalato, il 10 settembre 1515, il potente ministro di Enrico VIII. Dopo aver offerto a Luigi XII l'opportunità di organizzare senza ostacoli la riconquista di Milano, per tutto il 1514 il pontefice fece finta di assecondare i suoi piani, di cui aveva in realtà un profondo timore, che nascose ricorrendo alla sua notoria attitudine alla dissimulazione. Non poté comunque evitare di sfidare il rancore del re di Francia in più di un'occasione: fra giugno e novembre 1514, si fece cedere per 40.000 ducati Modena dall'imperatore, primo passo verso la costituzione di una signoria medicea nell'Emilia; nello stesso tempo, lavorò - ma invano - per staccare Venezia dall'alleanza con la Francia. Intanto, per proteggere il nuovo acquisto dalle rivendicazioni della casa d'Este, alleata della Francia, L. stipulò una lega segreta con la Spagna (21 settembre 1514), di cui l'anziano Luigi XII, ormai prossimo alla fine, non dovette verosimilmente venire a conoscenza.

Con l'avvento al trono del nuovo re di Francia, Francesco I (1° gennaio 1515), non fu possibile in alcun modo per il papa bloccare la spedizione dell'armata francese su Milano, che Luigi XII aveva completamente predisposto poco prima di morire. Non riuscendo a sospendere l'imminente calata di Francesco I in Lombardia, L. pensò di strappare al nuovo sovrano francese almeno il benestare per il proprio progetto nepotista, organizzando il matrimonio di suo fratello Giuliano de' Medici con Filiberta di Savoia (25 gennaio 1515): una mossa che avrebbe dovuto favorire a un tempo il ristabilimento dell'alleanza fra il papato e il Regno di Francia e la devoluzione di Piacenza, Parma, Reggio e Modena a favore dello stesso Giuliano.

Non era neppure improbabile che, attraverso il prestigioso matrimonio francese, L. preparasse l'eventuale investitura a favore di Giuliano o della sua discendenza del Ducato di Milano, dove Massimiliano Sforza, che dava segni di insania, avrebbe potuto essere defenestrato senza colpo ferire, con un accordo internazionale che avrebbe deciso della successione in Lombardia evitando la guerra. La strategia dinastica dei Medici investì, con questo matrimonio, perfino le sorti del Regno di Napoli: qualora la morte del Cattolico avesse riaperto la contesa tra Francia e Spagna per il suo possesso, Giuliano o i suoi eredi avrebbero potuto inserirsi nella disputa in qualità di terzi, legati alla casa di Francia, sui quali Francesco I avrebbe potuto riversare i propri diritti.

Le nozze fra Giuliano e Filiberta di Savoia costarono a L. ben 150.000 ducati. La sposa, per nulla attraente e già in là con gli anni, non portò alcuna dote, ma era zia di Francesco I: fu dunque prescelta dai Medici per nobilitare il casato e accrescere le sue chances di pervenire al rango delle grandi dinastie europee. Per innalzare il grado dello sposo, L. gli assegnò, il 29 giugno 1515, il gonfalonierato della Chiesa; ma Giuliano era troppo malato per potere ricoprire la carica, e venne provvisoriamente sostituito l'8 agosto dal nipote Lorenzo, che nel frattempo era stato nominato anche capitano delle milizie fiorentine. Dopo il fallimento dell'ambizioso progetto matrimoniale, causato dalla sterilità della coppia e dalla morte precoce di Giuliano, Filiberta fu rimandata in Francia.

Se l'improvvisa adesione di L. alla causa francese si risolse in un buco nell'acqua per i sogni di grandezza di casa Medici, a cui Francesco I non prestò orecchio né riguardo all'Emilia né riguardo a Milano o Napoli, essa fu invece il segnale della fine per il debole duca di Milano, Massimiliano Sforza. Voluta anni addietro da Giulio II con il concorso delle armi svizzere, la restaurazione sforzesca in Lombardia non sarebbe più stata tutelata dal papato quale baluardo della "libertà d'Italia" contro l'espansionismo degli Oltremontani.

In cambio del suo ingresso nella coalizione antifrancese, che venne effettuato in segreto e senza rescindere l'alleanza vigente con la Francia, L. si fece cedere dallo Sforza i suoi diritti su Parma e Piacenza, che conferì in vicariato, insieme a Modena e Reggio, a Giuliano de' Medici (25 febbraio 1515). Quando però, nell'agosto 1515, l'esercito di Francesco I, forte di ben trentacinquemila uomini, fece la sua comparsa nella pianura padana, le armi papali non opposero la minima resistenza, limitandosi ad attestarsi sotto la linea del Po per presidiare le recenti acquisizioni medicee. La recondita indisponibilità di L. a combattere, accresciuta dalla pusillanimità del cardinal Giulio de' Medici, legato al campo, fece sì che l'esercito pontificio non si unisse agli Svizzeri e allo Sforza nell'opporsi agli invasori francesi, ai quali giunsero invece, al momento decisivo, i rinforzi veneziani. La tattica della "cunctatio", che L. tendeva a interpretare come sinonimo di prudenza, fu fatale agli alleati svizzeri e non salvò la Chiesa dal naufragio, poiché Francesco I, una volta battuti i nemici, rioccupò agevolmente quelle città padane il cui possesso si era sempre rifiutato di riconoscere al papato.

Trionfante a Marignano (13-14 settembre 1515), Francesco I fu in grado di imporre una serie di gravose condizioni all'avvilito L., che dovette affannosamente ricucire l'alleanza con il sovrano francese per stornare la minaccia di una sua discesa a Roma. Sanciti dal trattato di Viterbo (13 ottobre 1515), gli accordi di pace prevedevano la rinuncia da parte del papato a Parma e a Piacenza, che rientrarono a far parte del Ducato di Milano, nonché la restituzione - poi non osservata - di Modena e Reggio alla casa d'Este. Venne anche inclusa una generica promessa dell'investitura papale del Regno di Napoli in favore del re di Francia, alla morte di Ferdinando il Cattolico. In cambio di tanto gravose cessioni, L. riuscì a spuntare solo alcune garanzie a favore della propria famiglia, ricevendo la protezione della Corona francese per il regime mediceo di Firenze e l'assenso all'acquisizione dello Stato di Urbino per i Medici. In seguito a tali patti, le tendenze filofrancesi di Lorenzo de' Medici divennero preponderanti nel determinare l'orientamento politico della dinastia, a discapito dei precedenti legami della famiglia con la Spagna. Francesco I pretese inoltre un incontro personale a Roma con L., che questi, preoccupato dall'idea di una discesa che il sovrano francese avrebbe facilmente convertito in occupazione, vista come preludio alla riconquista di Napoli, riuscì a spostare a Bologna. Lungo la risalita, il pontefice si fermò per una settimana a Firenze (27 novembre-3 dicembre 1515).

Fu questa l'occasione in cui i suoi concittadini allestirono per lui il celeberrimo ingresso trionfale (30 novembre), a cui collaborarono i più grandi artisti fiorentini del momento. Svolgentesi lungo un percorso segnato da ben dodici fra archi e padiglioni, adorni di quadri allegorici e di iscrizioni inneggianti al primo papa fiorentino, la sfilata ripeteva il modello della presa di possesso del Laterano di due anni prima. Gli onori ricevuti in patria compensarono così, almeno sul piano simbolico, le amare frustrazioni che L. stava sperimentando nei suoi rapporti con le grandi monarchie europee. Giunto l'8 dicembre a Bologna, dove avrebbe soggiornato dieci giorni, l'11 dicembre L. vi incontrò Francesco I, con il quale ebbe intensi colloqui, durati fino al 14 dicembre: intorno ad essi non trapelò alcuna informazione, ma dalle conseguenze è possibile formulare una precisa congettura intorno al loro contenuto. Fu infatti allora che vennero gettate le basi per il successivo concordato di Bologna (18 agosto 1516) fra il Regno di Francia e la Sede apostolica. A sottolineare la preminenza ormai acquisita nei suoi rapporti con la Chiesa gallicana, Francesco I pretese inoltre nell'immediato l'autorizzazione papale a prelevare due decime sul clero di Francia per gli anni 1516 e 1517, dell'importo di 400.000 lire tornesi ciascuna. Un ulteriore scotto che il pontefice dovette in quel frangente pagare per la riconciliazione fu la creazione a cardinale di Adrien Gouffier de Boissy, vescovo di Coutances, fratello dell'ammiraglio Bonnivet, favorito del re (14 dicembre 1515).

Il 28 febbraio 1516 L. rientrò a Roma. Composti i conflitti con Francesco I di Francia, egli procedette alla punizione di Francesco Maria della Rovere, reo di disobbedienza per non aver ottemperato alle ingiunzioni del papa di andare a combattere contro la Francia. Il 14 marzo il della Rovere fu dichiarato ribelle e decaduto; il suo Stato venne devoluto a Lorenzo, nipote di Leone X.

L'idea della confisca del Ducato di Urbino, diretta alla costituzione di uno Stato romagnolo di appannaggio dei Medici, non proveniva dal papa, ma da sua cognata Alfonsina Orsini, madre di Lorenzo, la quale in passato aveva già reclamato invano Piombino per il figlio. Seppur ineccepibile sul piano giuridico, l'iniziativa apparve non solo eccessiva, ma anche odiosa, data l'ospitalità che il della Rovere aveva accordato ai Medici al tempo del loro esilio. Con questo atto, il profilo etico-politico di L. si caricò di un pesante alone di nepotismo che i posteri, con giudizio talora sommario, finirono per considerare come il vero motore della politica temporale del primo papa Medici. La conquista del nuovo Principato mediceo fu completata fra il maggio e il giugno 1516. Il 18 agosto Lorenzo fu creato duca d'Urbino e signore di Pesaro e Senigallia, venendo nel contempo insignito del capitanato generale della Chiesa; nel novembre egli ottenne anche la carica di governatore di Fano. Trovava così giustificazione la voce, allora circolante, secondo la quale L. avrebbe voluto investire il nipote dell'intero Ducato di Romagna, che sarebbe stato nuovamente istituito per ripetere l'esperimento fatto a suo tempo da Alessandro VI con il figlio Cesare Borja. Poco attratto dalle possibilità offerte dalla Romagna, Lorenzo nutriva però progetti incentrati prevalentemente sugli interessi territoriali dello Stato fiorentino, che avrebbe voluto ampliare, impadronendosi di Lucca e di Siena, e poi costituire in Regno di Toscana. Non sembra che il papa fosse disposto a seguire il nipote in queste ambizioni, che avrebbero usurpato i diritti imperiali in quella regione e aperto nuovi contenziosi con gli Asburgo. La malferma autorità del nipote di L. sopra il suo nuovo Stato romagnolo, aggravata dallo scontento generale per gli inasprimenti fiscali da lui imposti, consentì a Francesco della Rovere una rapida riconquista del Ducato perduto, portata a termine, con gli aiuti di Francia e di Venezia, fra il gennaio e il febbraio 1517. Ne seguì una lunga e dispendiosa guerra, in cui Lorenzo dimostrò tutta la sua inettitudine come capitano, venne ferito (29 marzo) e fu sostituito dall'altrettanto inesperto cardinal Bibbiena, legato al campo, che dedicò i suoi sforzi soprattutto a mantenere la disciplina fra le truppe. Il conflitto si concluse ingloriosamente nell'ottobre dello stesso anno 1517, con un accordo che lasciava Urbino ai Medici ma obbligava il papa a pagare una condotta al della Rovere. Questi conservò intatti l'esercito e le artiglierie, con i quali avrebbe prontamente recuperato il suo dominio, alla morte di Leone X.

Le vicissitudini della guerra di Urbino esaurirono le finanze pontificie, già messe a dura prova dalla prodigalità di L. e dalla corruzione dei suoi funzionari: si calcolò che, nei soli otto mesi che durò, il papa vi spese non meno di 800.000 ducati. Il disegno nepotista, ostinatamente inseguito malgrado i meschini risultati, distolse inoltre le attenzioni del Medici dallo scenario europeo, dove Francesco I di Francia e Carlo d'Asburgo (divenuto re di Spagna nel gennaio 1516, alla morte di Ferdinando il Cattolico), dopo avere concluso la pace di Noyon (13 agosto 1516), procedettero insieme all'Impero a un accordo di spartizione dell'Italia, con il trattato di Cambrai (11 marzo 1517). Di fronte a questi eventi, forieri di nuove insidie per l'indipendenza della Sede apostolica, i piani di L. restavano ancorati alla piccola politica italiana, dove egli, appoggiando in via strumentale le ambizioni ora di questo ora di quel sovrano europeo, puntava ad ampliare la sfera d'influenza pontificio-fiorentina. Fu così che nel marzo 1516 egli ordì un cambio di regime a Siena, finalizzato a piegare la Repubblica toscana alla sudditanza a una Firenze dominata dai Medici.

Il piano di L. fu condotto a termine con la collaborazione di Raffaello Petrucci, vescovo di Grosseto e castellano di Castel S. Angelo, il quale si avvalse delle truppe dei Vitelli per assaltare la città e defenestrare suo cugino, Borghese di Pandolfo Petrucci, fratello del cardinale Alfonso. Al fine di difendere l'autonomia di Siena, Borghese aveva avuto il torto di mostrarsi troppo incline all'amicizia con la Spagna, a danno degli interessi medicei. Fu dunque sostituito, per volere di L., da Raffaello, che dopo i fatti della congiura, con la creazione del 1° luglio 1517, venne addirittura promosso cardinale, ricevendo così onorifica conferma del beneplacito papale al suo ruolo di capo del governo senese, incaricato di mantenere la città nell'orbita dell'alleanza pontificio-fiorentina. Mentre Borghese Petrucci fu costretto a riparare a Napoli, i dissidi intorno alla questione senese che nacquero fra il cardinale Alfonso e papa L. furono alla base di una clamorosa congiura, scoperta a fine aprile 1517. La repressione che ne seguì assunse le forme di un vero e proprio colpo di stato, perpetrato ai danni del Collegio cardinalizio, che L. ideò, su istigazione dei suoi familiari, al fine di mettere saldamente in mano al clan mediceo il governo della Chiesa.

Volendo vendicare l'ingiuria fatta al fratello, Alfonso Petrucci, che pure era stato uno degli artefici dell'elezione di L., decise di uccidere il papa di sua mano, in Concistoro o alla caccia; ripiegò poi sul veleno, che egli intendeva far somministrare dal famoso medico Battista da Vercelli, chiamato a Roma per curare la fistola anale di cui L. soffriva da tanto tempo. Onde predisporre un avvicendamento alla testa della Chiesa che gli tornasse vantaggioso, il giovane cardinale senese radunò un piccolo gruppo di porporati suoi seguaci, a nome dei quali offrì al ricchissimo cardinal camerlengo, Raffaello Riario, decano del Sacro Collegio e amico della Spagna, l'elezione a futuro pontefice. La mossa non era affatto intempestiva, dato che la malattia del papa e l'incerto andamento della costosissima guerra d'Urbino facevano intravedere come prossimo, e come auspicabile, un ricambio al vertice della Chiesa. È altresì interessante notare che il cuore della congiura era rappresentato dal partito dei cardinali "giovani": esso era stato il promotore dell'elezione di L., ma dopo alcuni anni di pontificato era passato all'opposizione. Sembra che l'oggetto principale dell'insoddisfazione dei partecipanti alla fronda antipapale fosse lo strapotere che L. aveva accordato a suo cugino, il cardinal Giulio de' Medici, il quale, dopo essere subentrato al Bibbiena e averne ridimensionato l'autorità, aveva anche soppiantato il partito degli antichi sostenitori di L., accentrando in sé le funzioni di primo dei ministri del papa. Proprio un mese prima della scoperta della congiura, il 9 marzo 1517, Giulio era stato investito della Cancelleria apostolica, aggiungendo così alla somma dei poteri vicari che già deteneva anche il più prestigioso fra gli uffici curiali spettanti a un cardinale. Come di prammatica, il cumulo delle prerogative di governo comportò pesanti distorsioni nei meccanismi di distribuzione dei benefici concistoriali, di cui il cardinale de' Medici poté fare incetta, a danno dei colleghi. Se pare assai dubbia la consistenza del piano volto a sopprimere il pontefice, dato il carattere spavaldo ma fatuo del Petrucci, sembra invece certa l'esistenza in alcuni dei suoi simpatizzanti - si pensi a un Soderini - di un vero e proprio "animus necandi", che più tardi suffragò l'imputazione di tentato omicidio, estensibile a tutti coloro che erano stati messi a conoscenza della congiura e non l'avevano svelata al papa. L'ispirazione filospagnola del complotto trasparì nella primavera del 1517, quando il cardinal Petrucci fuggì da Roma, presentendo il pericolo in cui lo avevano messo alcune sue temerarie dichiarazioni di voler fare un nuovo papa, più riconoscente dell'attuale verso i suoi elettori. Egli riparò a Genazzano, roccaforte dei ghibellini Colonna, nemici di L., che discendeva dagli Orsini per parte di madre. Dalle terre colonnesi, il Petrucci continuò a fomentare rivolgimenti a Siena, restringendo i suoi contatti con la Spagna, con Francesco Maria della Rovere, con i Baglioni e con i Savelli. Tali trame vennero bruscamente interrotte il 21 aprile 1517, con l'arresto del segretario del cardinale, Marcantonio Nini, in seguito all'intercettazione di una lettera che forniva prove irrefutabili della congiura.

Incriminato dalle confessioni del Nini, il cardinal Petrucci fu attirato a Roma con un salvacondotto papale, garantito dalla Spagna e accompagnato da promesse di accomodamento per gli affari senesi. Malgrado le garanzie, venne arrestato il 19 maggio, mentre entrava nell'anticamera papale insieme al cardinale Bandinello Sauli, suo grande amico; il papa si scusò per la trasgressione del salvacondotto, dicendo che esso veniva annullato dal reato di attentato alla sua vita, di cui il Petrucci si era macchiato. Incarcerati in Castel S. Angelo, i due porporati vennero deferiti al giudizio di una commissione composta dai cardinali Remolino, Accolti e Farnese. Costoro ebbero solo poteri consultivi e non furono incaricati di istruire il processo, affidato dal papa a un auditore fiscale di Camera, uomo di sua fiducia. Sempre fingendo ossequio verso la dignità cardinalizia, nel Concistoro in cui annunciò la notizia dell'arresto L. promise di attenersi, per la punizione dei due imputati, al verdetto finale che avrebbe lasciato al Sacro Collegio. Quando però dalle loro confessioni emerse il coinvolgimento del cardinal Riario in un piano finalizzato a chiudere la stagione del governo mediceo al Palazzo Apostolico, la punizione assunse il carattere di una purga che il papa effettuò per proprio conto e che fu preliminare a un rimodellamento della struttura del Collegio cardinalizio, azione che sarebbe risultata funzionale alla conservazione del potere da parte di L. e dei suoi congiunti. Ispiratore di questa drastica linea repressiva fu Lorenzo de' Medici, che nel frattempo era accorso a Roma con il proposito di persuadere il papa a usare la mano pesante soprattutto con il cardinal Francesco Soderini, di cui era emersa la colpevolezza.

Il cardinal Riario, il cui abbattimento era necessario ai Medici per costituire un nuovo apparato di potere curiale, venne adescato con un finto Concistoro al Palazzo Apostolico e arrestato, il 29 maggio; si ottenne un'ampia ammissione di colpa anche da lui, che verosimilmente fu reo soltanto di avere prestato orecchio alle lusinghe del Petrucci. Dallo spaventato Riario provenne la denuncia di altri due complici fra i porporati: il Soderini, notoriamente nemico del papa per un inestinguibile odio familiare, e il Castellesi, già portavoce della tendenza filoimperiale in seno al Collegio. I due, accusati pubblicamente da L. nel Concistoro dell'8 giugno, vennero perdonati ma multati di una grossa somma (12.500 ducati, poi portati a 25.000); riuscirono però a fuggire subito da Roma, passando come fuorusciti il resto del pontificato. I cardinali Petrucci, Sauli e Riario furono invece dichiarati colpevoli di tentato veneficio e condannati alla privazione del grado e dei beni, con deferimento al braccio secolare.

Il lunghissimo processo a loro carico venne letto il 22 giugno 1517, nel corso di un Concistoro durato quasi una giornata. Dei dodici porporati presenti quel giorno, tutti timorosi di essere coinvolti nell'accusa di tradimento anche soltanto per conoscenza presuntiva della congiura, solo il Grimani ebbe il coraggio di opporsi, mentre il cardinal Grosso della Rovere, parente del Riario, rimase a casa per paura. Il Sacro Collegio convalidò dunque la sentenza comminata ai congiurati, ma nel contempo fece appello alla clemenza del pontefice, affinché venisse rispettato l'onore del ceto cardinalizio in ciascuno dei suoi membri.

L., che rimase grandemente impressionato dalla scoperta del complotto ancora per molto tempo dopo la sua estinzione, si dimostrò inflessibile solo verso il cardinal Petrucci, su cui fu interamente riversata la responsabilità dell'affare: il ventisettenne ex cardinale senese venne giustiziato in carcere verso i primi di luglio, subendo una sorte analoga a quella già toccata a Marcantonio Nini e a Battista da Vercelli. Agli altri due ex porporati fu risparmiata la vita, anche se dovettero pagare somme enormi per essere rilasciati: 50.000 ducati (poi portati a 25.000) il Sauli, e addirittura 200.000 (poi portati a 150.000) il Riario, con la confisca del suo patrimonio e del suo grandioso palazzo, allora il più bello di Roma (l'attuale Cancelleria), che andarono ad arricchire il cardinale de' Medici.

Con l'azzeramento del partito cardinalizio con cui era in obbligo dai tempi del conclave, L. fu libero di riplasmare radicalmente la composizione del Sacro Collegio, rendendolo un docile strumento per i propri disegni. Nessuno dei porporati - che continuavano a vivere nel timore di venire toccati dalla repressione della congiura, tuttora in corso - osò opporsi alla creazione, che il papa propose il 5 giugno 1517, di ben dodici nuovi cardinali, con i quali egli intendeva mutare la fisionomia del Sacro Collegio. Quando però si addivenne all'atto ufficiale della promozione, il 1° luglio (con pubblicazione due giorni dopo), i neoeletti porporati, imposti da L., risultarono essere saliti addirittura a trentuno.

Fu la più folta creazione cardinalizia nella storia della Chiesa, che il papa riuscì a ottenere facendo leva sulla condizione di terrore e di passività in cui il partito mediceo era riuscito a ridurre i membri del Sacro Collegio; una creazione che ebbe i caratteri della speculazione finanziaria. Dei neopromossi, la grande maggioranza era costituita da congiunti, amici e clienti della famiglia Medici, appartenenti di norma al ceto dei "mercatores Romanam curiam sequentes", i quali sborsarono somme cospicue in cambio del galero: si disse che la cifra media si aggirasse sui 25-30.000 ducati, anche se è da dire che non tutti furono obbligati a pagare. I proventi straordinari che furono incassati con la vendita della dignità cardinalizia erano quanto mai necessari alle casse papali, vista la crisi finanziaria in cui esse versavano a causa dello sperpero di risorse che comportavano la vita di Corte e la politica internazionale di Leone X. L'evento rappresentò una svolta nella storia del Sacro Collegio, che acquisì definitivamente la sua fisionomia, perdurante fino a tutta la prima età moderna, di organismo dominato dalle grandi aristocrazie italiane di estrazione cittadina e mercantile (P. Partner, pp. 163-65).

L'alto numero dei neoeletti consentì a L. di promuovere anche alcuni parenti o creature di principi, per accattivarsi il loro appoggio e neutralizzare così i contraccolpi della repressione della congiura, che avrebbe potuto danneggiare i rapporti fra la Sede apostolica e il fronte ispano-imperiale. Fra i nuovi porporati non mancavano degni uomini di Chiesa, prescelti fra i migliori esponenti della cultura cristiana del momento, quali il domenicano Tommaso de Vio (il Caetano) e l'agostiniano Egidio da Viterbo. Non bastò tuttavia l'immissione in Collegio di un pugno di simili personalità per rispondere adeguatamente sul fronte curiale alla gravissima crisi religiosa che da tempo serpeggiava nella cristianità occidentale.

Di pari passo con il rafforzamento di un'autocrazia papale che il Medici strutturò in senso familista e venale, emerse lo svuotamento del ruolo di guida che la Sede apostolica ambiva ad esercitare nel concerto delle grandi potenze cristiane: come fu evidente quando L., sempre attenendosi alle prescrizioni dell'ultima sessione del Lateranense V (16 marzo 1517), tentò di organizzare la crociata.

Anche in precedenza, il papa aveva dimostrato sensibilità al problema turco, mandando denaro a Rodi e in Ungheria e appoggiando il re del Portogallo nelle sue spedizioni africane. Dopo la chiusura del concilio, fu questo il punto sul quale egli concentrò le sue attenzioni di capo della Chiesa: istituì pertanto una Congregazione cardinalizia insolitamente numerosa, composta di ben otto membri, poi portati a tredici, che produsse fra l'altro un notevole memoriale sulla liceità e la fattibilità della guerra santa (descrizione in L. von Pastor, IV, 1, pp. 143-45). Nell'intento di mettere un freno alla proliferazione delle guerre per il predominio in Italia e di convogliare nell'offensiva contro i Turchi le energie delle grandi potenze europee, L. cercò di interporsi tra Francia, Spagna e Impero, avocando alla Sede apostolica il ruolo di arbitro per la composizione delle loro vertenze; e richiamandosi a Innocenzo III, impose una tregua generale di cinque anni fra i principi cristiani, preliminare all'organizzazione della crociata (bolla del 6 marzo 1518).

Nell'arco del 1518, si profilò il totale fallimento dell'iniziativa. Per procurare l'adesione dei sovrani europei furono inviati presso di loro appositi legati "de latere", i quali non riuscirono a smuovere i loro interlocutori e anzi suscitarono la gelosia dei grandi cardinali-ministri, come il Wolsey in Inghilterra e il Lang nell'Impero, che ambivano a fungere da "legati nati" delle proprie nazioni. La crociata pertanto non decollò, né venne osservato l'armistizio quinquennale; l'unico che trasse guadagno da tali movimenti fu il Wolsey, che strappò alla Sede apostolica il ruolo di paciere internazionale, promuovendo l'accordo a due tra Enrico VIII e Francesco I (pace di Londra, 2 ottobre 1518).

 

Ad affossare ogni possibilità d'intesa fra L. e i grandi monarchi europei sopravvenne nell'estate del 1518 la questione della successione imperiale, che il pontefice cercò di influenzare nella direzione più conveniente agli interessi politici della Sede apostolica, anche a prezzo di nuovi dissapori con gli Asburgo e la Spagna.

La pace di Cambrai aveva messo fine solo formalmente alla rivalità fra il giovane re di Spagna, Carlo d'Asburgo, e Francesco I di Francia. In segreto, quest'ultimo si era infatti gettato nella competizione per la futura successione al titolo imperiale, accaparrandosi con la corruzione il voto di alcuni principi elettori, in vista della morte dell'anziano Massimiliano d'Asburgo. Nell'intento di sbarrare la strada alle ambizioni del sovrano francese, Massimiliano convocò il 27 agosto 1518 una Dieta ad Augusta, per ottenere la nomina del nipote Carlo di Spagna a re dei Romani e assicurargli così la successione.

L'ipotetico avvento al trono imperiale del re di Spagna, che deteneva all'epoca anche il Regno di Napoli, avrebbe riprodotto una situazione quale quella vigente sotto gli ultimi Hohenstaufen, che avevano chiuso il papato in una morsa, da nord e da sud. Una situazione che diverse costituzioni pontificie - a partire da Onorio III fino a Innocenzo IV e a Clemente IV - avevano ripetutamente interdetto, vietando la detenzione del titolo imperiale e del Regno di Napoli da parte di uno stesso sovrano. Attenendosi ai precedenti giuridici, anche Giulio II aveva concesso l'investitura papale del Regno di Napoli al re di Spagna ripetendo il divieto canonico di unire quel Regno alla Corona di re dei Romani, pena la retrocessione di Napoli alla Sede apostolica. Fedele alle secolari asserzioni dei suoi predecessori, L. si oppose categoricamente all'elezione di Carlo d'Asburgo a re dei Romani, senza tuttavia per questo abbracciare la candidatura di Francesco I. Ciò che egli avrebbe davvero desiderato sarebbe stata l'affermazione di un terzo candidato, meno potente e minaccioso dei primi due, come il duca di Sassonia, il margravio del Brandeburgo, il re di Polonia o Ferdinando d'Asburgo, fratello minore di Carlo. Le occulte finalità politiche del sostegno che L. accordò ai principi tedeschi del fronte avverso a Carlo di Spagna danno conto del perché egli si mostrasse tanto paziente verso lo scandalo suscitato in Germania dalla polemica teologica aperta da Martin Lutero, presto degenerata in ribellione all'autorità spirituale della Sede romana. Nell'autunno del 1518, il papa decise di inviare a Federico il Saggio, duca di Sassonia, la prestigiosa onorificenza della Rosa d'oro, a patto che quegli smettesse di proteggere il monaco sassone ribelle e lo consegnasse al tribunale papale. Federico non acconsentì, ma L. non cessò per questo di favorirlo, rinviando la risoluzione della controversia luterana a un momento in cui più chiari sarebbero apparsi i rapporti di forza vigenti nel mondo tedesco. Non potendo apertamente indicare le sue preferenze ai principi elettori, assai diffidenti verso ogni intromissione papale nelle procedure dell'elezione imperiale, L. si diede a lavorare d'astuzia onde ottenere per via indiretta l'esito da lui voluto. Ben sapendo come Francesco I non avesse alcuna reale possibilità di successo, data l'avversione del mondo tedesco a qualsiasi candidatura straniera e data anche la diffidenza che suscitava il carattere aggressivo e dominatore del sovrano francese, il papa finse di optare proprio per Francesco I, nella speranza di scoraggiare Carlo di Spagna. Questi, per impedire la vittoria del rivale, sarebbe stato indotto a ritirarsi dalla gara, riversando i suoi voti su di un principe tedesco: così, almeno, prevedeva il papa.

L'opzione irrevocabilmente filofrancese nella strategia dinastica di L. era nel frattempo stata sancita con le nozze dell'unico nipote valido rimastogli, Lorenzo duca d'Urbino, con Madeleine de la Tour d'Auvergne, figlia del conte Jean de Boulogne e imparentata con la casa reale di Francia per via della madre, Catherine de Bourbon. Il matrimonio era stato negoziato già nel 1516, ma era stato dilazionato a causa dei contraccolpi della guerra d'Urbino nei rapporti tra Francia e papato. Siglato l'accordo e celebrato per procura lo sposalizio il 25 gennaio 1518, Lorenzo partì il 22 marzo per Amboise, dove il matrimonio ebbe luogo il 28 aprile. La coppia si stabilì poi a Firenze, ma non visse a lungo, poiché venne consumata dal mal francese, che il marito trasmise alla moglie. Il 4 maggio 1519, a una settimana di distanza dalla morte di Madeleine, anche il duca d'Urbino si spense, lasciando un'orfana illustre: Caterina de' Medici, la futura regina di Francia.

Morto Lorenzo, circondato dall'avversione generale per la sua alterigia, L. mandò a Firenze, con il titolo di legato pontificio per la Toscana, il cardinal Giulio de' Medici, che con i suoi modi mansueti e rispettosi seppe ritrovare un'intesa fra la propria famiglia e la cittadinanza fiorentina. A Firenze il cardinal Giulio insediò, in qualità di suoi luogotenenti, l'ex segretario mediceo Goro Gheri, vescovo di Pistoia, e il cardinale Silvio Passerini. L'appoggio, puramente ostensivo e strumentale, dato da L. a Francesco I nella speranza di indurre Carlo d'Asburgo a ritirare la propria candidatura e ripiegare su di un principe tedesco, si era frattanto risolto in un fiasco.

Alla Dieta di Augusta Massimiliano d'Asburgo raggiunse il suo obiettivo di mantenere il titolo imperiale all'interno della sua famiglia, che lo deteneva da più di sessanta anni. In cambio di massicci donativi (75.000 fiorini vennero allora elargiti, e altri 450.000 promessi), l'Asburgo riuscì a strappare ai principi elettori un'obbligazione scritta che li vincolava a eleggere, alla sua morte, suo nipote Carlo di Spagna a nuovo re dei Romani. In seguito a tale scacco, la diplomazia di L., nel tentativo di fermare il declino in cui il prestigio politico-religioso del papato stava sprofondando, conobbe nuove tortuosità. A partire dall'autunno 1518, la competizione fra Carlo d'Asburgo e Francesco I per il titolo imperiale si fece assai dura. L. trattò lungamente con ambedue per tutelare alla meglio l'indipendenza dello Stato pontificio e per premunirsi contro il pericolo dell'isolamento diplomatico, che era il male da lui più temuto, in questo come in altri frangenti. Curando di non inimicarsi nessuno dei due antagonisti, il pontefice fece redigere in segreto una bolla di dispensa che avrebbe consentito a Carlo d'Asburgo di accedere al titolo imperiale senza dover rinunciare al Regno di Napoli. Si legò quindi con entrambi i contendenti per mezzo di due alleanze difensive, rispettivamente con la Francia (20 gennaio 1519) e con la Spagna (6 febbraio 1519), che mantenne occulte all'una e all'altra controparte, al puro scopo di riservarsi la scelta definitiva, una volta saputo l'esito dell'elezione imperiale. Il plauso che storici come Guicciardini e Vettori, così sensibili al problema della difesa della "libertà d'Italia", riservarono nelle loro opere alla condotta di L. nella circostanza dell'elezione imperiale, lodandola come frutto di saggezza, dimostra come essa fosse dettata in primo luogo dalla necessità di preservare, almeno con le arti della diplomazia, quell'indipendenza politica che al papato non era più possibile sostenere con la forza delle armi. Tuttavia, con il procedere nella sua linea di equilibrismo attendista, celata sotto lo schermo del sostegno al re di Francia, L. intravide il rischio dell'inganno che Francesco I gli stava preparando: il sovrano francese continuava a giocare per sé, né si sarebbe mai tirato indietro a favore di altri. E ognuno in Europa sapeva benissimo che Francesco I, se eletto imperatore, non avrebbe conosciuto limiti alle proprie ambizioni, a danno di tutti gli altri Stati.

Morto Massimiliano d'Asburgo (12 gennaio 1519), la successione di suo nipote Carlo, già certa, fu confermata dalla mobilitazione del mondo germanico in suo favore; essa ebbe luogo il 28 giugno 1519. Dopo avere invano lottato per imporre candidati più rassicuranti per la Sede apostolica, L. si sottomise agli eventi e riconobbe l'elezione di Carlo V, scartando l'ipotesi di un'opposizione che avrebbe pregiudicato la possibilità di una composizione della crisi luterana di concerto con il nuovo imperatore. Senza fare difficoltà, il pontefice aveva nel frattempo consegnato a Carlo anche la bolla di dispensa per Napoli, pur mantenendo fermo il veto papale di estendere il dominio diretto dell'Impero in Lombardia e in Toscana (17 giugno 1519).

Turbato dall'idea che l'Asburgo potesse essere comunque animato da rancore verso i suoi trascorsi filofrancesi nei maneggi per l'elezione imperiale, L. sentì il bisogno di ricorrere una volta di più all'espediente della coalizione di resistenza. Strinse perciò, il 22 ottobre 1519, un ennesimo accordo difensivo con Francesco I, nell'evidente necessità di stornare il pericolo di diventare il "cappellano" del nuovo imperatore, i cui vasti domini minacciavano di accerchiare lo Stato della Chiesa. Seppur grandemente inquietato dall'elezione di Carlo V e dalle agitazioni provenienti dal mondo tedesco, durante tutto questo periodo L. non smise di curare gli affari interni dello Stato pontificio. Continuando l'opera intrapresa dai suoi predecessori recenti, il Medici si applicò a estirpare le piccole tirannie cittadine e a stabilire il governo diretto della Sede apostolica in regioni, quali le Marche e l'Umbria, che fino ad allora erano state quasi totalmente estranee ad esso. Nella primavera del 1520, le città marchigiane di Fermo, Fabriano e Recanati vennero poste sotto la soggezione immediata al papato, con l'evizione e la condanna a morte dei loro signori cittadini. Anche Benevento fu ricondotta alla sottomissione alla Sede apostolica, con la decapitazione di un capofazione locale. Fu poi la volta di Perugia, dove Giampaolo Baglioni, capo del governo che reggeva autonomamente la città, nell'aprile 1520 venne attirato a Roma con finte dimostrazioni di benevolenza. Giunto nell'Urbe e incolpato delle sanguinose persecuzioni che aveva inflitto ai suoi nemici, il Baglioni venne messo a morte ai primi di giugno 1520. Altrettanto energico il pontefice si dimostrò nella tutela dell'ordine pubblico all'interno dello Stato ecclesiastico, non esitando a mandare a morte un gran numero di malfattori e ribelli, anche di rango nobiliare.

Non fu invece possibile a L. effettuare l'occupazione di Ferrara, traguardo che dopo Giulio II era entrato fra gli obiettivi della politica papale. Il Medici, che desiderava punire Alfonso d'Este per l'insubordinazione dimostrata nel persistere nell'amicizia con la Francia e nell'aiutare Francesco Maria della Rovere, riuscì a strappare al re di Francia la rinuncia a proteggere l'Este, in cambio del sostegno del papato alla sua lotta antiasburgica (settembre 1519). Ma l'indipendenza di Ferrara fu a quel punto tutelata da Venezia, appoggiata sottobanco dalla Francia. Il gioco delle parti fra le due potenze - che, dopo Urbino, si ripeteva per Parma e Piacenza e per Ferrara - fornì a L. la riprova dell'inaffidabilità dell'alleato francese: finché la Francia possedeva Milano, la sovranità papale nella regione emiliano-romagnola era in pericolo. Si riseppe fra l'altro che Francesco I aveva prospettato, d'intesa con Venezia, la dissoluzione del dominio pontificio nell'area emiliano-romagnola, con la restaurazione degli antichi signori destituiti dal papato; mentre il Lautrec aveva enfaticamente affermato che i Francesi avrebbero spogliato quanto più possibile il dominio temporale della Sede apostolica. Sotto la maschera di un'interessata amicizia, la Francia covava dunque il proposito di frantumare e recuperare a sé le conquiste che, sotto Giulio II, avevano consentito al papato di estendere i confini settentrionali dello Stato pontificio fino al Po, e che L. intendeva preservare in ogni modo.

Un elemento non secondario, che spinse il papa ad aderire all'alleanza con il nuovo imperatore, era dato dalle grandi ristrettezze finanziarie in cui quello si dibatteva: in definitiva, Carlo V, sprovvisto di denaro e di truppe, incuteva meno paura al papa, pur possedendo Napoli, di Francesco I, sovrano ricchissimo di uomini e di mezzi, in quanto padrone di Milano. Si può ravvisare in ciò un indizio del fatto che L. non avesse abdicato all'ideale, così tipico dei governanti italiani del Rinascimento, di liberare l'Italia dagli stranieri, servendosi delle armi degli uni per cacciare gli altri. Ce lo conferma, fra gli altri, il Guicciardini nella Storia d'Italia, sulla scorta di testimonianze da lui udite dalla bocca di Giulio de' Medici; e ne sono riprova le accuse che in quel frangente il Wolsey lanciò al papa (F. Nitti, p. 450).

La morte del cardinal Bibbiena (9 novembre 1520), che era stato il più fervido sostenitore dell'amicizia francese alla Curia romana, venne a coincidere con la svolta filoasburgica della politica estera di L., che trovò un primo compimento nel trattato segreto con Carlo V dell'11 dicembre 1520. Per il momento, si trattava solo di un accordo ufficioso, concepito nel tipico spirito doppiogiochista della diplomazia leonina, che non annullava quello contemporaneamente in vigore con Francesco I. Oltre che dalla necessità di difendere gli interessi temporali del papato nell'area padana, il trattato risultava quanto mai opportuno, soprattutto al fine di concertare con Carlo V una risposta alla sfida lanciata a L. da Martin Lutero e dal mondo tedesco, che esigeva un duttile riallineamento delle due autorità universali del papato e dell'Impero. Una sfida che, per motivi contingenti di politica internazionale, era stata per troppo tempo negletta.

A causa del divampante entusiasmo con cui la Germania stava facendo propria la lotta ingaggiata da Martin Lutero contro il papato, a pochi anni dalla sua genesi essa si era già trasformata in un principio di scisma. Nell'impreparazione di L. a raccogliere la sfida dell'Ercole tedesco si è sempre visto un segno dei limiti della sua cultura religiosa: essa era certamente improntata alla tolleranza perché imbevuta di neoplatonismo e di erasmismo, ma era inficiata da superficialità ed estetismo, e risultava dunque impossibilitata a cogliere il valore palingenetico per la Chiesa di assunti quali la giustificazione per fede e la teologia della Croce. A prescindere dai fattori risalenti alla personale sensibilità del papa, che certo dovette guardare dall'alto in basso una dottrina che nella Curia di allora si giudicava semplicemente irragionevole e oltraggiosa, occorre osservare che la lentezza con cui egli procedette sulla via del confronto con l'ondata di rivolta antiromana che attraversava da tempo il mondo tedesco ebbe ragioni prettamente politiche. Troppo urgente era in lui la necessità di tutelare la "libertas" della Sede apostolica, che l'elezione a imperatore di Carlo V aveva messo a repentaglio, per non consentire a Federico il Saggio di Sassonia, sulla cui collaborazione egli contava per influire sugli affari dell'Impero, la libertà di proteggere il monaco ribelle. Il caso di Lutero non fu tuttavia l'unico esempio di temporeggiamento adottato da L. nei confronti delle turbolenze religiose della Germania: anche nella polemica scoppiata fra teologi e umanisti a proposito del Reuchlin, il papa esitò a lungo prima di promulgare la condanna dell'Augenspiegel, che arrivò solo il 23 giugno 1520. A quel punto, era già risultato chiaro fino a che grado di violenza l'azione degli umanisti tedeschi potesse spingersi nel demolire l'autorità dottrinale della Chiesa attraverso lo schermo dell'Ordine domenicano, custode della cultura teologica della tradizione.

Se la tattica dilatoria adottata da L. nei confronti dei primordi della Riforma può trovare una spiegazione nell'istanza politica, altrettanto non si può dire per il favore che egli accordò costantemente a Erasmo da Rotterdam, nonostante gli attacchi dei molti teologi che additavano l'umanista olandese a ispiratore della critica alla Chiesa romana e a fiancheggiatore dell'eresia luterana. Nei confronti del papa Medici, Erasmo proferì lodi e attestazioni di ossequio, fra cui la dedica della sua edizione del Nuovo Testamento (1515) e delle opere di s. Girolamo (1516). In cambio, ne ebbe la dispensa papale dai voti monastici, anche se non venne chiamato, come forse avrebbe desiderato, alla Corte di Roma, dove si contavano molti suoi nemici.

Nell'apprezzamento di L. per gli scritti di Erasmo è da vedere un sintomo genuino di una fede colta e moderata, tendente all'intellettualismo, ma congenitamente tiepida. Una fede che si rivelò affatto sprovvista della risolutezza necessaria a prendere in pugno gli eventi quando si evidenziarono, attraverso la polemica luterana sulle indulgenze, i contraccolpi dell'esosità della fiscalità pontificia, che L. deliberatamente aveva fomentato, con la sua prodigalità e con le sue ambizioni familiste dall'alto costo. Propenso a soffocare lo scandalo più attraverso l'intrigo sotterraneo che a prezzo di scontri frontali, il papa tentò in un primo tempo di ottenere la ritrattazione delle novantacinque tesi attraverso un provvedimento disciplinare interno all'Ordine agostiniano; al fine comunque di premunirsi, ricercò un'intesa con Massimiliano d'Asburgo, che gli promise sostegno. Nell'agosto 1518 L., che in precedenza aveva acconsentito a lasciare che il giudizio sulle dottrine di Lutero venisse dibattuto in Germania, commise al legato pontificio per l'Impero, cardinal Caetano, di convocare il monaco ribelle e, trovandolo ostinato, tradurlo a Roma; se contumace, colpirlo di scomunica. Tuttavia, davanti al perdurante rifiuto di sottomettersi alle ingiunzioni papali opposto da Lutero, L., che non intendeva venire a rottura con Federico di Sassonia, adottò un atteggiamento morbido, accontentandosi di generiche attestazioni di obbedienza e mantenendo in sospeso il processo romano per eresia (29 marzo 1519).

Mentre le schermaglie si protraevano, il papa non aveva mancato di fornire chiarimenti intorno alla dottrina delle indulgenze (9 novembre 1518); ma questo non bastò a fermare l'ondata polemica contro l'autorità e i metodi di governo della Chiesa romana che stava attraversando la Germania. Con il ristabilimento di una più incisiva autorità imperiale in Germania, in seguito all'elezione di Carlo V, L. non ebbe più ragioni di fare concessioni a Federico di Sassonia; ai primi di gennaio del 1520 il processo contro Lutero venne ripreso. Il giudizio sulle dottrine luterane venne affidato a una commissione composta principalmente di Francescani Osservanti e presieduta dai cardinali Accolti e Caetano, ai quali in seguito subentrò il papa stesso. Riprendendo le censure già formulate dalle facoltà di teologia di Colonia e Lovanio nel 1519, la commissione romana emise la condanna di quarantuno opinioni di Lutero come contrarie alla fede cattolica, espressa con la famosa bolla Exsurge Domine (15 giugno 1520).

Sotto la spinta di Hutten e della corrente nazionalista, Lutero aveva intanto compiuto ulteriori passi verso la rottura con Roma: dando espressione a un sentimento diffuso, aveva liquidato sul piano ecclesiologico l'autorità spirituale del papato, arrivando a definirlo l'Anticristo ed esortando la nobiltà tedesca a sterminare i suoi servitori. Venne perciò scomunicato il 3 gennaio 1521. A questo punto, le vicende personali e le battaglie teologiche dell'ex monaco tedesco erano diventate un affare concernente l'intera Germania, di cui il papato non avrebbe mai potuto venire a capo, se non con l'attiva collaborazione dell'imperatore.

L'esordio di Carlo V nella questione fu giudicato deludente per il papato, a causa del rifiuto che egli oppose a condannare Lutero con la sua sola autorità, pretendendo invece che il ribelle fosse giudicato dalla Dieta imperiale di Worms (27 gennaio 1521). In realtà, come ben vide il nunzio pontificio Aleandro, si trattò di un'astuzia di Carlo V, il quale, fingendo deferenza verso la Dieta, volle coinvolgere i rappresentanti di tutta la Germania in una condanna che aveva già deciso. A Worms, Carlo V fornì grandi prove della sua fedeltà alla causa pontificia, dando un'intransigente risposta alle provocazioni di Lutero, seguita dal bando che egli decretò contro di lui (19 aprile-25 maggio 1521). Questa reazione rincuorò fortemente L., spingendolo ad aderire totalmente all'alleanza con l'Impero: un passo che avrebbe implicato, sul piano politico, la collaborazione con Carlo V per cacciare i Francesi da Milano, onde restaurare l'autorità imperiale in Italia. Fu dunque il fondamentale interesse che il papato aveva a concertare con l'imperatore la repressione dell'eresia luterana, a cui doveva far seguito la comune promozione di una crociata contro i Turchi, il fattore che indusse L. ad addivenire all'accordo con Carlo V, malgrado la sua personale renitenza a dare a lui, che già deteneva Napoli, anche il dominio sulla Lombardia.

L'8 maggio 1521, fu stipulata una lega fra papato e Impero contro Turchi, eretici, Francesi e Veneziani, che prevedeva allettanti contropartite per L. in quanto sommo pontefice e in quanto capo della famiglia Medici. Esse erano rappresentate dalla messa al bando dall'Impero per Martin Lutero, con pubblica distruzione dei suoi scritti; dalla devoluzione di Parma, Piacenza e Ferrara allo Stato pontificio; e dalla protezione imperiale per il regime mediceo di Firenze. L'alleanza fu presentata come espressione dell'idea medievale di accordo fra le due supreme potestà della cristianità europea, unite nell'estinguere i fattori di disordine interni (l'avidità di conquiste dei Francesi, la ribellione luterana) e le minacce esterne (l'aggressione turca). In realtà, si trattò dell'inevitabile conseguenza che implicava l'avvento al trono imperiale di una figura come quella di Carlo V: ancor prima di conoscere l'esito della competizione tra l'Asburgo e il Valois, L. sapeva bene che "chi sarà di questi due re eletto, di necessità caccia l'altro d'Italia" (citato in F. Nitti, p. 231). Dalla congiunzione, nella persona di Carlo V, del titolo imperiale con la sovranità su una potenza militare di prima grandezza come la Spagna, era infatti lecito attendersi l'apertura di una nuova campagna antifrancese in Italia, diretta a riportare Milano e Genova nell'orbita del "Reich" tedesco. Né era possibile differire ancora lo scontro, data la pervicacia con cui Francesco I lavorava per sottrarre a Carlo V, approfittando delle sue debolezze (protesta luterana in Germania, rivolta dei "comuneros" in Spagna), non solo la Lombardia, ma anche la Navarra.

Dopo avere cercato per anni di allontanare una simile congiuntura, il pontefice aderì infine con tutte le sue forze, finanziandola quasi interamente di tasca propria, all'impresa guerresca contro Francesco I, avente per scopo l'espulsione totale della potenza francese dall'Italia. Da questa impresa il papato - come nota giustamente il Vettori, che fu testimone degli eventi, nel suo Sommario - aveva molto da guadagnare, con la promessa che ebbe di riavere indietro Parma e Piacenza, a cui avrebbe fatto seguito Ferrara; mentre l'Impero non avrebbe acquistato niente sul suolo italiano, né sarebbe divenuto più potente di prima nella penisola. Carlo V si sarebbe limitato a cacciare la Francia da Milano per restaurarvi la dinastia ducale nella persona del giovane Francesco II Sforza, che sarebbe succeduto al fratello Massimiliano. L'esercito pontificio-imperiale venne posto sotto il comando di Prospero Colonna, capitano generale, e del marchese di Mantova, Federico Gonzaga (assistito a Roma dal suo ambasciatore, Baldassarre Castiglione), capitano delle truppe papali; il marchese di Pescara condusse le fanterie spagnole, che avrebbero avuto un ruolo decisivo nei combattimenti. Il commissario straordinario distaccato da L. presso l'esercito era Francesco Guicciardini, dal 1516 governatore di Modena e Reggio. Sotto costoro militava anche un nipote del papa, più tardi noto come Giovanni dalle Bande Nere. Dopo un infelice avvio della guerra, dovuto alle divisioni fra i capitani, L. pose al comando supremo dell'armata pontificia il cardinal Giulio de' Medici. All'avanzata delle formidabili fanterie spagnole verso Milano corrispose la sollevazione della capitale lombarda contro i Francesi, universalmente detestati dai sudditi italiani. Il 19 novembre le truppe al comando del Lautrec furono costrette a evacuare Milano, che aprì le porte ai vincitori e venne subito seguita dalle altre città del Ducato. Parma e Piacenza ritornarono alla Sede apostolica pochi giorni dopo.

Il 25 novembre 1521, di ritorno dalla villa della Magliana, pochi giorni prima di morire, L. poté compiere il suo ingresso trionfale in Roma, acclamato da una folla che festeggiava il ripristino dei confini dello Stato pontificio così come erano stati ampliati da Giulio II. La notte del 1° dicembre, sopraffatto anche dalle emozioni e dai bagordi della vittoria, che sfinirono un fisico già debolissimo, il pontefice si spegneva a soli quarantasei anni, sostenuto dai conforti religiosi e da un atteggiamento pio. I sospetti di avvelenamento, che subito si diffusero, venendo imputati ora all'Este ora al della Rovere ora ad altri amici della Francia, sembrano destituiti di fondamento.

Ebbe funerali modesti e una povera sepoltura in S. Pietro. Solo molti anni dopo, per volere di Paolo III, il suo feretro venne trasportato in S. Maria sopra Minerva, dove venne onorato di un monumento funebre solenne, opera di artisti toscani: fu disegnato da Antonio da Sangallo ed eseguito da Baccio Bandinelli e Raffaello da Montelupo. Il profilo etico-religioso di L., al di là della sua oggettiva incapacità di comprendere la portata della crisi aperta dalla polemica di Martin Lutero sulle indulgenze e sulla giustificazione per fede - da lui giudicata, com'è noto, una "bega di frati" -, ha sempre suscitato forti perplessità. Gran signore dai modi piacevoli e dal gusto raffinato, amante della musica e della poesia, non trascurò di coltivare buoni costumi, devozioni religiose e pratiche caritative; ma certo ebbero maggior peso, nel determinare la sua fama postuma, i vizi che gli vennero imputati. Eccessivamente attaccato ai godimenti della vita, egli non fece troppa distinzione fra i passatempi poco raccomandabili per un papa (la poesia profana, di cui era abile dilettante, sapendo anche improvvisare; i piaceri della tavola; la caccia, che riempì molta parte del suo tempo; il gioco d'azzardo alle carte, in cui dissipò somme ingenti; gli scacchi, di cui era provetto giocatore) e quelli decisamente indecorosi (le buffonerie di cui erano piene le sue giornate, nonché le relazioni intime con i suoi camerieri, che gli vennero rimproverate), a cui egli si abbandonava con la sua caratteristica levità di spirito.

Dai celebri ritratti di Raffaello e di Sebastiano del Piombo, nei quali si deve presupporre un certo grado di idealizzazione, e ancor più dalla statua all'Aracoeli, si evince un volto pingue e linfatico, poco espressivo, e un fisico pesante, di personaggio assuefatto ai piaceri. Il suo senso religioso, di cui non si ha peraltro ragione di dubitare, ebbe carattere freddo e distaccato; e soprattutto fu privo di una vera tensione morale, restando confinato a un'attitudine di pensiero espressa in toni ironici e disincantati. Non fu però un miscredente; la celebre battuta a lui attribuita: "Quanti vantaggi ci procura, questa favola di Cristo!" ("Quot commoda dat nobis haec fabula Christi") sembra frutto di calunniosa invenzione, germinata in ambito protestante e sorta forse sulla base di un'espressione tralatizia, ripresa dall'Apologeticum di Tertulliano. Più genuinamente attribuibili a lui altri detti spiritosi ed edonistici, del tipo: "Lasciateci godere il papato!", tante volte addotti a suo biasimo nei secoli successivi. Carattere ilare e bonario, amante delle lepidezze, ma privo di slanci, L. non poté prendere in alcun modo le distanze dal clima frivolo della sua Corte, dimostrandosi anzi più compiacente del dovuto verso scandali e abusi che in essa proliferavano, soprattutto a causa dell'avidità dei suoi connazionali fiorentini, calati a Roma in gran numero per approfittare della sua notoria prodigalità. Sotto di lui, furono attive a Roma non meno di trenta compagnie bancarie fiorentine, che prosperarono grazie alla considerevole espansione delle rendite ecclesiastiche accentrate alla Curia romana. Per dare un'idea della pioggia di benefici che con l'avvento di L. cadde sui cortigiani di Roma, basti pensare che, nel giorno della sua incoronazione, egli rilasciò quasi millenovecento grazie, per lo più aspettative di carattere beneficiario. Altrettanto indicativa del massiccio drenaggio di flussi finanziari alla Corte di Roma, che il papa Medici deliberatamente favorì, appare la crescita numerica degli uffici venali di Curia che si verificò durante il suo pontificato. Gli uffici "vacabili", che sotto Giulio II erano meno di un migliaio, furono da L. più che raddoppiati, arrivando a toccare la cifra di duemiladuecentotrentadue. È altresì interessante notare che le nuove categorie di ufficiali create da papa Medici non riguardarono soltanto la "familia pontificia", come i cubiculari (sessanta posti) o gli scutiferi (centoquaranta posti), ma investirono anche l'amministrazione della città di Roma, con il Collegio dei porzionari di Ripa (seicentododici posti); oppure risposero al bisogno di nobilitazione proprio delle élites mercantili italiane del tempo, con il Collegio dei Cavalieri di S. Pietro (quattrocentouno posti, messi in vendita a 1.000 ducati l'uno). Le controversie ingenerate da tali innovazioni, stigmatizzate da più parti come malversazioni di un papato avido e corrotto, misero in una luce ancor più sinistra la noncuranza con cui L. sperperò le risorse finanziarie accumulate con tanta spregiudicatezza. In soli due anni, dal 1513 al 1515, venne da lui dissipato il tesoro che Giulio II aveva parsimoniosamente accumulato. Del costo elevatissimo dell'inutile guerra d'Urbino, che oltrepassò gli 800.000 ducati, si è già detto. Secondo i calcoli del cardinal camerlengo Armellini, L. spese, durante l'intero suo pontificato, la cifra astronomica di 4,5 milioni di ducati, lasciandone altri 400.000 di debito alla sua morte. I maneggi della politica temporale, rivolti alla causa della grandezza della propria famiglia e a quella del potenziamento dello Stato pontificio, indissolubilmente unite nel quadro programmatico della "libertà d'Italia", dominarono sempre le preoccupazioni di Leone X.

Nondimeno, egli si dimostrò pastore lucidamente attento alle esigenze spirituali del suo gregge, anche se l'impegno che egli dedicò a questo compito fu assai inferiore alle tremende necessità del momento. Fra le benemerenze che gli si devono riconoscere in quanto capo della Chiesa, si ricorda anzitutto il favore che egli accordò alle osservanze degli Ordini mendicanti, in particolar modo dei Francescani: con la bolla Ite vos (1517), egli risolse definitivamente la controversia tra Conventuali e Osservanti all'interno del francescanesimo, con la loro separazione in due rami distinti. Sempre in appoggio all'osservanza francescana, L. approvò solennemente l'istituzione del Monte di Pietà, stabilendo la liceità canonica dell'interesse sui prestiti caritativi. Eresse pure, con apposita bolla, la Compagnia del Divino Amore (1516-1517), fucina della spiritualità della Roma della Controriforma. Condannò la magia e la divinazione, dichiarò erronea la dottrina del Pomponazzi, che negava l'immortalità dell'anima e affermava il criterio della doppia verità, filosofica e religiosa; protesse gli ebrei, i Greci d'Occidente e gli Indiani d'America dalle ingiuste oppressioni.

La prima e più importante sua opera a beneficio della Chiesa fu il proseguimento e la chiusura del concilio Lateranense V, che tolse la Sede apostolica dall'impasse in cui l'aveva immessa la pervicacia di Giulio II nel condurre con le armi spirituali la sua lotta contro la Francia. Si trattò però di una benemerenza di natura politica, che non ebbe riflessi sul piano religioso, poiché le precise disposizioni di correzione disciplinare, stabilite dal concilio Lateranense V tanto "in capite" quanto "in membris", non ebbero alcuna attuazione pratica: una riforma mancata che, in ultima analisi, tornò a vergogna e detrimento della Chiesa romana. È anche possibile vedere nelle insufficienze di L. sul piano pastorale i contraccolpi di un processo storico di lungo periodo, che condannava il papato all'impotenza davanti al crescere tumultuoso delle prerogative sovrane, anche sul piano religioso, delle grandi monarchie e degli Stati territoriali europei. È innegabile che, sotto il suo governo, la Sede apostolica soffrì un complessivo arretramento di posizioni nei confronti dei principi secolari: come fu evidente con il concordato di Bologna, il quale, se da una parte abolì del tutto la Prammatica Sanzione di Bourges, dall'altra pose ugualmente per altre vie il clero francese in stretta dipendenza dal proprio sovrano. La funzionalità di tale accordo alla nuova strutturazione statuale della monarchia transalpina fu tale che sulla base di esso vennero regolati i rapporti fra la Sede apostolica e il Regno di Francia fino alla Rivoluzione.

In modo analogo, L. confermò al Regno di Spagna gli ampi privilegi papali per la "Cruzada", ma non ottenne in cambio né la revoca del diritto regio di placitazione dei decreti apostolici (la "retención de bulas") né l'uniformazione dell'Inquisizione spagnola, che dipendeva direttamente dalla Corona di Spagna, al modello delle Inquisizioni degli altri Stati, soggette al diritto comune e al papato. Al re del Portogallo, Emanuele il Grande, L. dispensò larghissimi privilegi finanziari e giurisdizionali, onde premiarne l'impegno nella lotta antimusulmana, senza potere richiedere in cambio alcuna contropartita. Anche nei confronti del Regno d'Inghilterra L. fu indotto a pesanti concessioni: di esse, la più gravida di conseguenze fu il cappello rosso e il titolo di "legatus natus de latere" al Wolsey, l'onnipotente ministro di Enrico VIII, che poté unire in sé il potere politico e quello religioso e lavorare per la sottrazione di fatto della Chiesa inglese alla dipendenza dalla Sede apostolica. Altre dispensazioni di favori, aventi la sostanza di alienazioni di prerogative pontificie a vantaggio dei sovrani secolari, furono elargite da L. al Regno di Polonia.

La più netta dimostrazione della perdita di capacità direttiva sofferta dalla Sede apostolica nei confronti degli Stati europei fu data dal fallimento in cui papa Medici incorse nell'organizzare una crociata contro i Turchi. La guerra santa venne indetta nell'ultima sessione del concilio Lateranense V, come parte essenziale del globale programma di riforma della cristianità che esso aveva tratteggiato. L., che pure nutriva un sincero anelito alla crociata, era dotato di energia insufficiente ad assumere in prima persona l'iniziativa, vincendo le resistenze dei principi a prendere parte a un progetto tanto incerto e dispendioso; senza decidersi, indugiò fintanto che non gli vennero meno i fondi per l'impresa, inghiottiti dalla guerra di Urbino. Successivamente, le grandi conquiste del sultano Selim, che in breve tempo si impadronì di tutto il bacino sudorientale del Mediterraneo, dall'Egitto alla Siria, spaventarono fortemente il papa, che organizzò processioni penitenziali a Roma e, nel 1518, decise l'invio dei legati apostolici ai principali sovrani europei per organizzare la crociata; ma tale iniziativa, come si è visto, andò a vuoto.

Finalmente, il problema dei preparativi per la crociata confluì nella questione della successione imperiale, dato il ruolo promotore che sarebbe toccato al futuro imperatore; e fu anche dalla gelosia che Massimiliano nutrì verso le iniziative di Francesco I, il quale non nascondeva la sua ambizione di subentrare all'Impero e al papato nel coordinamento della guerra santa, che nacque il raccordo ispano-asburgico per la successione imperiale. Con l'elezione di Carlo V l'impresa apparve nuovamente fattibile, benché intralciata dalla rivolta antipapale scoppiata in Germania; fu tuttavia posposta all'acquisizione della penisola italiana alla sfera d'influenza asburgica, operazione che fu portata a termine in coincidenza con la morte di papa Medici.

Condannato a ripetuti scacchi sul piano della grande politica internazionale, L. seppe ampiamente rivalersi all'interno del microcosmo romano, nel quale la magnificenza da lui usata nell'adornare l'Urbe di opere d'arte e, soprattutto, di spettacoli, giustificò l'impiego del suo nome per indicare tutta quanta un'età di fioritura culturale per Roma e per l'Italia. Memorabile rimase, per definire la percezione del suo operato da parte dei contemporanei e ancor più dei posteri, un'iscrizione che apparve durante la festa per la presa di possesso del Laterano: con riferimento ai suoi predecessori Alessandro VI e Giulio II, vi si diceva che per Roma, dopo il regno di Venere e quello di Marte, si apriva ora il regno di Pallade Atena. Paolo Giovio, che sarebbe stato il suo biografo, coniò poi il celebre parallelo fra il pontificato di L. e l'età dell'oro.

Si trattò, invero, di un mito, opera di letterati di Corte, con cui venne trasfigurata una stagione di splendori effimeri e non priva di avvisaglie di future sciagure: la sua nostalgica amplificazione si spiega con le tragedie che afflissero Roma e l'Italia negli anni immediatamente successivi. Un'altra nozione da ridimensionare è quella relativa alla portata del mecenatismo di L., che come effettivo promotore di imprese monumentali restò molto al di sotto del suo predecessore, Giulio II, pur riuscendo a circondare la propria persona di una fama di committente almeno pari a quella di lui. La vera importanza del primo papa Medici nel campo culturale è da circoscrivere all'atmosfera, più che alle realizzazioni, che Roma conobbe sotto di lui.

L'entusiasmo, di cui difettava per le questioni propriamente ecclesiastiche, L. lo espresse tutto nel campo degli svaghi, di cui si componeva larga parte della vita di Corte. Insaziabile era la sua passione per le cacce, le feste e le opere teatrali, anche profane: egli fece eseguire al Palazzo Apostolico la Calandria del Bibbiena (autunno 1514) e i Suppositi dell'Ariosto (6 marzo 1519); a Roma si rappresentò con il suo assenso la Mandragola di Machiavelli. Celebre è il fasto del carnevale romano sotto di lui. A parte le feste, è da dire che nella sua azione di sovrano pontefice egli favorì la popolazione romana anche per vie più concrete, ad esempio abbassando la gabella del sale e accrescendo l'autorità dei tre conservatori dell'Urbe. Riconoscenti, i Romani gli dedicarono una statua in Campidoglio, di proporzioni colossali ma di infelice fattura, inaugurata nel 1521 e trasportata nel 1876 in S. Maria in Aracoeli.

L'elenco delle realizzazioni culturali promosse da L. rivela un'inclinazione estetica assai accentuata, che non sembra essere stata però guidata da un altrettanto sorvegliato criterio di selezione, né sorretta da continuità di azione, soprattutto a causa dell'endemica crisi finanziaria del suo pontificato. Al suo avvento al soglio pontificio, L. decise la riforma dello Studio romano (5 novembre 1513), con il proposito di renderlo il primo d'Italia. Esso tuttavia non decollò, nonostante la nomina di un corpo docente di ben ottantotto membri lautamente remunerati, fra cui si contavano professori illustri, quali il grecista Basilio Calcondila, figlio di Demetrio, e Paolo Giovio. Parallelamente al rilancio dello Studio romano, L. istituì un Collegio greco, la cui direzione venne affidata a Giano Lascaris e Marco Musuro, per coltivare la conoscenza di quella lingua; anche lo studio dell'ebraico e dell'arabo furono da lui promossi. Parte essenziale di tale programma accademico fu la fondazione di un'officina tipografica modellata sull'esempio di quella veneziana di Aldo Manuzio. Tutte queste iniziative non raggiunsero appieno l'ambizioso traguardo che papa Medici si era prefisso, consistente nell'assicurare a Roma il primato della cultura fra le città rinascimentali d'Italia. Maggior successo ebbe invece l'ampliamento che egli perseguì della Biblioteca Vaticana, a cui prepose Filippo Beroaldo il Giovane e, successivamente, Zanobi Acciaioli e Girolamo Aleandro. Contemporaneamente, egli accrebbe anche la propria biblioteca privata, che tuttavia mantenne separata dalla Vaticana.

Numerosi si contano, nella cerchia dei suoi ufficiali e familiari, i letterati. Si è già detto di Bernardo Bibbiena, che fu suo segretario, intimo consigliere e cardinale palatino. Subito dopo la sua elezione a pontefice L. volle al proprio fianco, in qualità di segretari addetti alla redazione dei brevi, Bernardo Bembo e Giacomo Sadoleto, che eccellevano per la loro eloquenza latina. Grande favore ebbero Angelo Colocci, animatore dei ritrovi eruditi romani, e i poeti Tebaldeo e Molza. Con il Castiglione, allora ambasciatore del marchese di Mantova a Roma, L. ebbe ottimi rapporti, e così pure con il Trissino, a cui commise importanti missioni diplomatiche. Celebre invece è la delusione dell'Ariosto nel non sentirsi da lui apprezzato. Le sue propensioni sembrarono andare verso gli esperimenti umanistici di poesia epica cristiana, dal De partu Virginis del Sannazzaro, che fece pubblicare, alla Cristiade del Vida, la cui composizione egli sollecitò. Delle sue simpatie per l'umanesimo religioso di Erasmo si è già detto; il suo ciceronianesimo trasparì quando prese le difese del Longueil.

Fra i suoi concittadini, L. stimò in modo particolare il Guicciardini, che designò all'ufficio di avvocato concistoriale e poi a governatore di Modena e Reggio. Al Machiavelli, che a Firenze versava in disgrazia per il suo coinvolgimento nel regime soderiniano, fece richiedere un consiglio per la riforma del governo della città in senso signorile. Ma, accanto a questi grandi nomi, non bisogna dimenticare lo stuolo di oscuri cortigiani letterati, e soprattutto di musici, di attori, di improvvisatori e di giullari, a beneficio dei quali L. dissipò molta parte delle sue ricchezze. La generosità con cui usava retribuire i componimenti a lui graditi era sbalorditiva: per averne la misura, si pensi che il Colocci ricevette una volta 400 ducati per un carme laudatorio, un'altra volta il Tebaldeo ne ebbe 500. Dal punto di vista del mecenatismo artistico, le sue realizzazioni si posero in stretta continuità con le opere intraprese da Giulio II, del quale condivise l'intento di fare di Roma la capitale non solo religiosa, ma anche culturale, della cristianità. Proseguì dunque la ridefinizione urbanistica della città, con il rifacimento della via Alessandrina e di piazza del Popolo e il tracciato della via Leonina (attuale Ripetta); soprattutto, curò la salvaguardia della "forma Urbis" antica, commettendo nel 1515 a Raffaello il rilevamento della celebre pianta archeologica di Roma. In quella circostanza Raffaello, a cui L. aveva affidato anche la sovrintendenza alla collezione di sculture antiche che egli andava raccogliendo al Belvedere e che aveva reso accessibile al pubblico, rivolse al papa un celebre appello per fermare lo scempio dei monumenti di Roma, che da secoli venivano sistematicamente distrutti per ricavarne calce.

Insieme alla sua folta bottega, il pittore urbinate venne impiegato da L. per completare il ciclo decorativo degli Appartamenti vaticani, che venne arricchito dalla Stanza di Eliodoro, lasciata incompiuta da Giulio II, dalla Stanza dell'incendio di Borgo e dalla Stanza di Costantino, inneggianti alla teocrazia pontificia e al parallelismo fra le gesta di papa Leone Magno e gli ideali di Leone X. Un tono meno pomposo, ma una maggiore grazia, ebbe invece la decorazione delle Logge vaticane (1513-1518), dove le grottesche, formate da allegorie cristiane e da motivi paganeggianti, incorniciano le cinquantadue piccole scene in cui si snoda la cosiddetta "Bibbia di Raffaello". Una solenne rievocazione dei primordi e dei fondamenti scritturali della Chiesa romana fu infine fornita dallo stesso Raffaello con i cartoni per lo splendido ciclo di arazzi, eseguiti a Bruxelles, che L. destinò alle pareti della Cappella Sistina, costato 16.000 ducati.

All'esecuzione di questi capolavori pittorici non si alternò il compimento di alcuna impresa architettonica di rilievo. In particolare, la fabbrica del nuovo S. Pietro, dopo la morte del Bramante (1514), non registrò avanzamenti significativi, nonostante l'avvicendarsi di sovrintendenti di fama come fra Giocondo, Raffaello e Antonio da Sangallo. L., che era spaventato dalle gigantesche proporzioni impresse all'edificio da Giulio II, rivelò qui tutti i limiti di un carattere timido e incostante: all'inizio del suo pontificato, egli assegnò alla fabbrica di S. Pietro un'entrata annua di 60.000 ducati, da ricavare per lo più dalla vendita di indulgenze; ma quando tale operazione suscitò movimenti di protesta (non solo nell'area germanica, ma anche a Venezia e perfino in Spagna, per bocca dello Ximenes), egli lasciò che il grande cantiere si arrestasse. La stessa reazione di sgomento verso i progetti troppo arditi del suo predecessore ebbe L. davanti all'appena abbozzato palazzo dei Tribunali in via Giulia e al rifacimento bramantesco della corte vaticana, imprese che vennero da lui abbandonate. Promosse invece la fondazione di una chiesa romana per la propria nazione, S. Giovanni dei Fiorentini; anche se, pure qui, non si andò oltre la fase del disegno. Dentro Firenze, le committenze del papa Medici furono assai ridotte, non andando praticamente oltre la memorabile Sagrestia Nuova di S. Lorenzo, che egli ordinò a Michelangelo come cappella sepolcrale per i suoi giovani parenti defunti. Per la stessa chiesa medicea di S. Lorenzo, L. aveva richiesto nel 1516 a Michelangelo il disegno della facciata, che tuttavia non venne mai realizzata. Non saranno infine da dimenticare, in questa sintetica rassegna delle opere artistiche patrocinate dal papa Medici, i lavori di rivestimento della Santa Casa a Loreto, già affidati da Giulio II ad Andrea Sansovino e proseguiti per suo impulso.

 

 

Autore

Marco Pellegrini

 

 

 

corri la vita logo

tnm

 

img-esteri

 

logo comune firenze