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Storie di Firenze e di Fiorentini

La testa pietrificata in Santa Maria Maggiore

Firenze come sempre è un ricettacolo di occasioni, infatti, se alzi la testa e ti guardi intorno, hai sempre la possibilità di scoprire qualcosa di nuovo. A volte se sei attento o fortunato ti potresti imbattere in qualcosa di veramente particolare, ad esempio una “Testa Pietrificata”, come è possibile notare nella torre campanaria di Santa Maria Maggiore. Ebbene si, una testa pietrificata, che i fiorentini chiamano popolarmente “La Berta”. Ma come mai la “Berta” si trova pietrificata nella torre campanaria della Chiesa? Questa storia ha inizio il 16 di Settembre del 1327, tutto il popolo fiorentino si è riversato per le strade, un condannato a morte viene trasportato verso il rogo: l’afa di fine estate mescolata con la polvere alzata dalla masnada di curiosi che si accalcano per assistere allo “spettacolo” secca le gole riarse.
 
Il corteo avanza lentamente, in via Cerretani, con gli armigeri a protezione del carro, e sopra a questo, il condannato. Il condannato era Francesco Stabili di Simeone, meglio noto come “Cecco d’Ascoli”. Era stato medico, astronomo ma anche poeta ed insegnante. Fu proprio come insegnante della prestigiosa Università di Bologna che riuscì a guadagnarsi fama, tanto che nel 1326, il duca “Carlo di Calabria” lo nominò medico di corte.  Ma le sorti di Cecco d’Ascoli mutarono molto velocemente: una predizione si tramanda sia stata la causa della sua condanna. Interrogato dal Duca di Calabria sul futuro della sua piccola nipote, la futura regina di Napoli “Giovanna la Pazza”, questi predisse che ella sarebbe stata “proclive a libidine”; pronostico tra l’altro azzeccato, perché la regina Giovanna ebbe ben quattro mariti, fu scomunicata da papa Urbano VI ed infine trovata strangolata in camera da letto.

Questa motivazione è riportata anche nell’antica “Cronica Fiorentina”: …ma dicesi che la cagione perchè fu arso, fu che disse che Madonna Giovanna, figliola del Duca, era nata in punto di dovere essere di lussuria disordinata. Di che parve questo essere sdegno al Duca, perchè non avrebbe voluto fosse morto un tanto uomo per un libro. E molti vogliono dire che era nimico di quel frate Minore Inquisitore e Arcivescovo di Cosenza, perchè i frati Minori erano molto suoi nimici. Di che il fece ardere il dì 16 di settembre 1327...

Il duca non prese molto bene il vaticinio di Cecco d’Ascoli e decise di fargli pagare l’affronto, andando a trovare l’arcivescovo di Cosenza Accursio, “frate Minore Inquisitore”, acerrimo nemico dell’astronomo. Carlo convinse il vescovo ad organizzare un processo con molti capi di accusa, tra cui il più pesante era quello di “Errori contro la Fede”, che gli avrebbe garantito sicuramente la morte.

Il processo fu indetto a Firenze, e si narra che interrogato su tutti i capi di accusa avrebbe sempre risposto la stessa frase: L’ho detto, l’ho insegnato e lo credo!

E per queste prove infamanti fu condannato al rogo: esecuzione da eseguire il giorno 16 Settembre 1327 nella piazza di Santa Croce. Mentre il carro sta passando di fronte alla Chiesa di Santa Maria Maggiore, il condannato chiede di avere un po’ d’acqua; dalla finestra del campanile una donna chiamata Berta, avendo udito la richiesta fatta da Cecco d’Ascoli, gridando dal quel pertugio ammonisce chiunque di versare da bere “all’alchimista”: perché come si credeva al tempo, i maghi potevano utilizzare qualsiasi elemento per acquisire potere dal demonio e Cecco avrebbe avuto così l'occasione di sfuggire al rogo imminente.

Una delle tante storie su questo avvenimento riporta le parole gridate dalla donna: Se beve, non brucerà più!

Cecco d’Ascoli, infuriato per la cattiveria dimostrata dalla Berta, avrebbe risposto alla donna rivolgendole un sortilegio: E tu, non leverai più la testa di lì!

La “Testa pietrificata” in effetti si trova ancora lì, affacciata da una fenditura della torre campanaria di Santa Maria Maggiore - Chiesa della “Prima cerchia antica” e quindi uno dei primi edifici religiosi di Firenze, dove riposano le spoglie del maestro di Dante, Brunetto Latini - che aspetta di essere liberata dal terribile incantesimo.

Gianni Mafucci
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Pasqua Fiorentina e scoppio del carro

Nella Pasqua Fiorentina, secondo la tradizione riferita dall'antico cronista fiorentino Giovanni Villani dalla Cronica (libro I, capitolo IX), la vetusta cerimonia dello "scoppio del carro" sarebbe da collegarsi alla prima Crociata, predicata a Firenze dal vescovo del tempo Ranieri ed alla quale parteciparono oltre duemilacinquecento concittadini, al comando di Pazzino di Ranieri de' Pazzi. Il 15 luglio 1099, dopo un lungo assedio, l'esercito crociato conquistò Gerusalemme; Pazzino sarebbe stato il primo ad innalzare il vessillo cristiano sulle mura della città santa, ed avrebbe ricevuto in dono da Goffredo IV duca di Buillon, detto Buglione, della Bassa Lorena, tre scaglie di pietra del santo Sepolcro di Cristo, poi gelosamente custodite e portate a Firenze nel 1101. Conservate in un primo tempo dalla famiglia Pazzi, le tre pietre furono usate per trarne una scintilla di fuoco "novello", simbolo tutto pasquale di vita nuova, distribuito poi, dopo la benedizione, alle singole famiglie per riaccendere il focolare domestico. Si diffuse così a Firenze l'uso, attestato per Gerusalemme durante le Crociate, di distribuire al clero ed al popolo il "fuoco santo" nella basilica dell'Anastasis, o del santo Sepolcro, come segno della Risurrezione di Cristo.
 
Le schegge lapidee furono successivamente consegnate alla chiesa di Santa Maria sopra Porta, chiamata più tardi San Biagio; soppressa detta chiesa nel 1785, le pietre del santo Sepolcro furono trasferite nella vicina chiesa dei Santi Apostoli, il cui parroco tuttora le custodisce. Per secoli il fuoco benedetto, portato anche in Cattedrale, servì per accendere il cero pasquale, i ceri del clero e del popolo, i lumi della chiesa nel Sabato Santo. Un carro recava la fiamma nuova anche nelle abitazioni e, prima di tutto, alle case dei Pazzi, che per lungo tempo conservarono questo privilegio, accanto all'onere di organizzare la cerimonia. Il carro fu reso via via più fastoso ed invalse l'uso di "caricarlo" con polvere pirica, cui veniva dato fuoco - quasi certamente a partire dal 1494 - una prima volta davanti al Battistero, come tuttora, ed una seconda al "Canto de' Pazzi", dove abitava quella consorteria. Questo ulteriore "scoppio" cessò agli inizi del 1900. Durante il pontificato di Leone X°, Giovanni de'Medici, 1513-1521, venne utilizzata per la prima volta la "colombina", vale a dire un razzo a forma di colomba con un ramoscello di ulivo nel becco, evidente richiamo allo Spirito Santo, "che è Signore e dà la vita", nonché simbolo della pace pasquale. Al "Gloria" della Santa Messa il diacono accende, col fuoco benedetto, la miccia della colombina. Essa, scorrendo su di un cavo che parte dal coro maggiore del Duomo, va ad incendiare il carro. "Scoppiano" così fuochi artificiali: mortaretti, girandole, razzi.

Dall'anno 1957, con la riforma della liturgia pasquale, la cerimonia è stata trasferita dal mezzogiorno del Sabato santo alla stessa ora della Domenica di Pasqua. In quel giorno l'Arcivescovo si reca col clero della Cattedrale in Battistero, dove riceve il fuoco sacro proveniente dalla chiesa dei SS.Apostoli e portato da un corteo storico, nel quale sono rappresentati il Comune e, mediante le insegne araldiche, l'antica casata dei Pazzi. L'Arcivescovo benedice il fuoco ed asperge i presenti e la folla raccolta in piazza con l'acqua lustrale benedetta nella veglia di Pasqua; poi il clero, al quale si uniscono in solenne processione tutte le rappresentanze, torna in Duomo; mentre il presule intona il canto dell'esultanza pasquale e le campane suonano a distesa, si rinnova la secolare tradizione dello "scoppio del carro", un bell'emepio d'identità fiorentina.

Andrea Claudio Galluzzo
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Il Caparra

Niccolò di Noferi del Sodo o Niccolò Grosso detto il Caparra, artigiano ed artista fiorentino vissuto negli ultimi anni del Quattrocento, è considerato il più famoso ferraio, un vero artista del ferro battuto. Il Caparra raggiunse il vertice di questa arte per aver trattato il semplice ferro come un materiale degno della migliore oreficeria, con un'estrema attenzione al dettaglio ed un rigore rinascimentale che bene lo inquadra nella cultura della Firenze quattrocentesca. Il nome, stando a quanto ricorda Giorgio Vasari nelle Vite, gli era stato dato da Lorenzo il Magnifico per l'uso che questo artista aveva di chiedere l'acconto, o caparra, per ogni lavoro che gli veniva commissionato. Il suo capolavoro sono le lanterne agli angoli di Palazzo Strozzi, dove inserì animali fantastici, dragoni e sfingi nei portafiaccole, architetture fittizie nelle lanterne ed i copiatissimi spuntoni sulla sommità, gli stemmi familiari negli anelli per legare i cavalli, eccetera. Gli si attribuiscono anche alcune opere all'esterno di palazzo Guadagni e di palazzo Medici-Riccardi.

Sulla sua bottega nel Corso San Bartolo dei Pittori, oggi via Calzaiuoli, aveva un'insegna in ferro battuto e verniciato a vivi colori rappresentante un mucchio di registri che bruciavano su un rogo per far sapere che egli odiava le registrazioni. La sua maestria fu tale che Giorgio Vasari lo menzionò nelle sue Vite. Tra gli aneddoti sulla sua vita riportati dal Vasari, uno ricorda come Lorenzo de' Medici si recò personalmente nella sua bottega per commissionargli degli oggetti di eccellenza da mandare in dono fuori Firenze. Lo trovò occupato a fare dei ferri per della povera gente, ma in nessuna maniera riuscì a strappargli la promessa di dedicarsi prima alla sua commissione, essendo quei poveri clienti "venuti a bottega inanzi lui e che tanto stimava i danari loro quanto quei di Lorenzo".

Il Caparra è stato un Fiorentino vero, esempio di lingua tagliente, di grande ingegno e coraggio.

Andrea Claudio Galluzzo
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Tiziano Terzani, fiorentino "del" mondo

 “Ormai mi incuriosisce di più morire. Mi rincresce solo che non potrò scriverne”... Con questa frase Tiziano Terzani parlò di se in una delle sue ultime interviste. In questa frase c’è tutto lo spessore dell’uomo e del “poeta” di questo grande personaggio della cultura fiorentina. Tiziano Terzani nasce a Firenze il 14 settembre 1938, scrittore e giornalista ha fatto della sua stessa vita una missione, con un’evoluzione intellettuale invidiabile anche per le scelte sul proprio stile di vita. E’ nato a Firenze, nel quartiere di Monticelli, di mercoledì. Il padre aveva un’attività di meccanico d’auto ed era un comunista ed ex partigiano, la madre una donna benestante e molto cattolica, da questo connubio familiare nasce lo stimolo di tolleranza che contraddistinguerà la sua vita, quella della sua famiglia e le sue opere. Dice della sua famiglia: “debbo a loro forse un senso di tolleranza e questa cosa profonda [...] di vedere il bello della vita nella sua diversità e vedere la vera essenza della vita nell'armonia degli opposti".

 
Pur non disponendo di mezzi finanziari adeguati, la famiglia ha sempre incentivato la naturale predisposizione di Tiziano per l’apprendimento e gli studi che dopo le scuole primarie lo videro frequentare il liceo classico "Galileo" di Firenze. A sedici anni, già predisposto ai viaggi e alla conoscenza del mondo in tutti i suoi aspetti, durante le vacanze estive si trasferisce in Svizzera a lavorare come lavapiatti in un ristorante per poter guadagnare il necessario e riuscire a visitare la città di Parigi.
 
Successivamente visitò il Belgio e la Germania e si diplomò con altissimi voti. Era quasi “riuscito a trovare un’impiego” ma preferì accettare l’ammissione alla borsa di studio presso il prestigioso Collegio medico-giuridico di Pisa che a quel tempo faceva ancora parte della Scuola Normale Superiore e che successivamente si è trasformata nell’attuale Scuola Superiore Sant'Anna di Studi Universitari, laureandosi brillantemente in giurisprudenza nel 1961. La vera e propria svolta della sua vita fu quando l’azienda per la quale lavorava, l’Olivetti, famosa azienda di livello internazionale del tempo, lo inviò già nel 1965, a fare formazione in Giappone ed in Sud Africa ed in numerose altre nazioni. Proprio in Sud-Africa si interessò molto all’apartheid ed allo sfruttamento sociale del paese inviando i suoi articoli a Ferruccio Parri, allora direttore della rivista l’Astrolabio.
 
Questa nuova idea di poter divulgare, diciamo così, i problemi e le visioni del mondo ebbero in Terziani un forte impatto emotivo. Fu così che iniziò per lui una nuova vita, quella di esploratore di uomini e di mondi e di divulgatore delle proprie scoperte. Nel 1969 si licenzia dall’Olivetti, aveva vinto una borsa di studio alla Columbia University di New York e si dedicò allo studio della cultura cinese investendo molto sulla professione giornalistica, approfondendo moltissimo la cultura dei paesi asiatici e della loro politica.
 
Iniziò collaborando ad alcune riviste come appunto L'Astrolabio ed il quotidiano Il Giorno, fino a riuscire a diventare corrispondente dall’Asia del settimanale tedesco Der Spiegel. Nel marzo del 1971 si trasferì con la famiglia a Singapore e seguì molto da vicino le evoluzioni delle fasi decisive della Guerra del Vietnam, esperienza che diede origine ai suoi primi due libri. In seguito collaborò anche con i quotidiani italiani Corriere della Sera e La Repubblica, diventando uno dei più importanti giornalisti italiani a livello internazionale. Nel 1975 è tra i pochi giornalisti rimasti a Saigon ed assiste alla presa del potere da parte dei comunisti.

Filippo Giovannelli
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La Simonetta di Botticelli

Lo sguardo sognante e lontano, le chiome bionde agghindate di nastri e ingioiellate di perle, e quel volto di giovane che ha la dolcezza dei tratti della Venere e della Primavera. Per la prima volta torna in Italia dal 1849, la tavola Ritratto ideale di fanciulla di Botticelli che raffigura la giovane donna identificata con Simonetta Vespucci, "regina di bellezza" amata - secondo il racconto di Vasari - da Giuliano dè Medici. Lo straordinario dipinto, che altri studiosi identificano con il volto idealizzato di una ninfa, arriva dallo Städel Museum di Francoforte, è al centro della mostra Pregio e bellezza - Cammei e intagli dei Medici, dal 25 marzo al 27 giugno ospitata al Museo degli Argenti di Palazzo Pitti. Al collo della giovane, Botticelli ha dipinto un collier con un pendente famoso: il "sigillo di Nerone", cammeo che insieme ad altre 96 gemme fu uno dei pezzi più preziosi della collezione di Lorenzo il Magnifico. Esposto anche l'originale, una corniola rossa con l'immagine di Apollo e Marsia intagliata attribuita da Lorenzo Ghiberti a Policleto, prestito del Museo archeologico di Napoli, dove si trovano alcune gemme del tesoro mediceo, diviso tra il Museo archeologico di Firenze e la raccolta di Palazzo Pitti.

La rassegna documenta il collezionismo di gemme antiche e moderne con oltre 170 opere, una predilezione che i Medici svilupparono fin dal '400, acquistando incisioni su pietre dure e preziose romane, "facendone fare altre da illustri maestri intagliatori, piccoli capolavori a cui si ispirarono artisti come Ghiberti, Donatello e Botticelli" spiegano i curatori Ornella Casazza e Riccardo Gennaioli presentando, con la soprintendente Cristina Acidini, la storia di questo tesoro ricomposto attraverso opere provenienti da musei italiani e stranieri, tra cui un disegno di Leonardo giunto da Londra.

Gioielli rarissimi e in materiali preziosi, ricercati da principi, papi e cardinali "come segni di potere e prestigio, oltre che come benefici amuleti, da esibire e da mostrare con orgoglio ai visitatori accanto ad altre opere d'arte" osservano i curatori, sottolineando che il celebrato "sigillo di Nerone" fu acquistato da Lorenzo il Magnifico nel 1487 a Venezia, dalla collezione di papa Paolo II Bardo, famosa per riunire ben 800 gemme. Un itinerario di meraviglie e minuscole perfezioni, che si snoda dalla sala di Giovanni da San Giovanni al piano terreno di Pitti, tra vetrine in cui sono esposti cammei, pendenti di fattura unica, microcosmi di pezzi antichi, rinascimentali e settecenteschi, legati alla passione di Piero dè Medici per questo tipo di collezionismo, passata poi al figlio Lorenzo che arrivò da aggiudicarsi i pezzi più contesi dalle corti europee. Una mostra curiosa, raffinata, da non perdere, aperta fino al 27 giugno 2010.


Mara Amorevoli
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La "Bella Principessa" di Leonardo da Vinci

La “Bella Principessa” è un inedito capolavoro di Leonardo da Vinci (1452-1519), intitolato “Profilo della bella principessa” e realizzato intorno al 1490 è stato ritrovato ed attribuito. La mano di Leonardo in questa opera è stata identificata recentemente dal professor Vezzosi, opera da lui segnalata come “Profilo nuziale di giovane dama” e definita “inedita” in un libro. L'opera, (33cm x 23cm) è dipinta su tela a gesso, penna e inchiostro, fu erroneamente attribuita alla scuola tedesca del XIX secolo e appartiene al collezionista canadese Peter Silverman. Il direttore del Museo Ideale di Vinci ha assegnato il disegno su pergamena a Leonardo in base ''a un procedimento di analisi critica per evidenze, per esclusione e per confronto, basato su considerazioni storico-artistiche, tecniche ed estetiche, stilistiche e iconografiche, alle quali si sono aggiunti i risultati (di conferme e compatibilità) delle indagini scientifiche'', compresa l'identificazione di un'impronta digitale riconosciuta come dell'artista-scienziato del Rinascimento. Gli studi sono stati fatti in un laboratorio di Parigi e le immagini scattate da una supertecnologica macchina fotografica in grado di rivelare i differenti strati di colore, hanno stabilito che una delle impronte digitali presenti sul ritratto è molto simile a un'altra impronta del maestro italiano, ritrovata sul dipinto intitolato «San Girolamo» e custodito nei Musei Vaticani. Quest’ultima opera fu sicuramente dipinta da Leonardo nei suoi anni giovanili quando non aveva ancora alcun assistente. Anche la datazione al carbonio e l'analisi agli infrarossi della tecnica dell'artista confermerebbero che l'opera è di Leonardo. Infatti l'analisi al carbonio dimostra che il dipinto risale ad un periodo compreso fra il 1140 e il 1650 mentre, come hanno spiegati gli esperti, l'analisi a raggi infrarossi evidenzia significativi parallelismi stilistici con alcuni disegni di Leonardo conservati nel Castello di Windsor. Infine l'inchiostro e il gesso sono stati «usati» da una mano sinistra e il grande maestro italiano era appunto mancino. Noti studiosi e specialisti di Leonardo da Vinci (come Martin Kemp dell'Università' di Oxford e, pur con tutte le cautele, Carlo Pedretti dell'Università della California), hanno definito l'opera “La bella principessa” la più rara e significativa scoperta degli ultimi cento anni dopo quella della “Dama con l'ermellino”, avvenuta agli inizi del Novecento.

 
Filippo Giovannelli
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La battaglia di Anghiari, ovvero "chi cerca trova"

Nella primavera del 1503 Cesare Borgia, per ricordare la vittoria della lega formata dalle repubbliche di Firenze e di Venezia contro lo Stato Pontificio, nella famosa Battaglia di Anghiari del 20 giugno 1440, commissionò a Leonardo Da Vinci un grande affresco da eseguire nell’allora Sala del Maggior Consiglio nel Palazzo della Signoria a Firenze, oggi conosciuto come ”Palazzo Vecchio”. Leonardo, probabilmente, eseguì la sua opera sulla parete est della grande sala e, per far in modo che l’affresco durasse nel tempo, utilizzò un’antica ricetta tratta dalle pagine di Plinio secondo cui, per far asciugare più in fretta la vernice, era necessario accendere una serie di fuochi davanti al dipinto. Nell’estate del 1505 Leonardo sperimentò la nuova tecnica. Fu una catastrofe. L’affresco si dissolse in mille rivoli e colò lungo la parete. Leonardo, scoraggiato dall’uso dei colori ad olio , per il tempo rivoluzionari, lasciò l’opera incompiuta e l’anno dopo rientrò a Milano. Mezzo secolo dopo, esattamente nel 1554, Cosimo I° De Medici incaricò Giorgio Vasari di affrescare le pareti della sala del Maggior Consiglio. Il Vasari fece di più: ne modificò l’architettura, rialzò il soffitto di sette metri e dipinse una serie di affreschi con scene di guerra, sei capolavori dedicati alla gloria di Cosimo De Medici, trasformando la grande sala in quello che oggi è conosciuto come il “Salone dei Cinquecento”. Sui resti della “Battaglia di Anghiari”, il Vasari dipinse “La battaglia di Scannagallo” e la grande opera di Leonardo scomparve per sempre nelle pieghe della storia e… nelle crepe del muro! Oggi dell’affresco non rimane alcuna traccia, se non una serie di piccoli disegni preliminari e alcune copie della scena centrale. Il Vasari, una volta completata “La battaglia di Scannagallo”, su di un piccolo angolo del suo affresco scrisse due parole: “Cerca trova”, che cosa aveva voluto dire? Forse un’indicazione per far sapere ai posteri, che sotto la sua opera si nascondeva uno dei capolavori del grande Leonardo e, che per trovarlo, era necessario cercarlo con grande pazienza? Proviamo ad immaginare cosa possa essere successo.


Firenze, ottobre 1997 – La disputa.
Il vecchio professore entrò nell’immenso salone. La curva figura si stagliò nel riquadro di luce del monumentale ingresso. Si fermò sulla soglia e, per l’ennesima volta nella sua vita, alzò gli occhi ammirando le pareti e il grande soffitto che avevano conosciuto il pennello di alcuni dei più grandi artisti del ‘500. Ma l’emozione più intensa era il sapere che, da qualche parte in quella sala, sotto uno di quegli affreschi, si nascondeva la più sfortunata opera del genio di Leonardo Da Vinci: “La Battaglia di Anghiari”. Il vecchio professore si avvicinò lentamente all’impalcatura montata a ridosso della parete est della grande sala, l’enorme ambiente amplificò a dismisura il picchiettare del suo bastone sul pavimento. Le quattro persone che stavano parlando in cima all’impalcatura, tacquero all’istante, conoscevano perfettamente quel rumore e, tutte le volte che lo sentivano, non potevano fare a meno di avvertire una certa inquietudine.
«È arrivato.» Borbottò il giovane professore scorgendo la figura ai piedi dell’impalcatura.

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Il "Sasso di Dante"

E’ ormai nota la supremazia di Dante Alighieri nel linguaggio del periodo storico in cui ha dato il meglio di se stesso, in letteratura fiorentina e italiana più in generale. I luoghi danteschi a Firenze sono assai noti per coloro che della cultura fiorentina e della storia dantesca hanno ormai dimestichezza e passione. Non sarà quindi sfuggita la più “famosa” delle storielle ed aneddoti che circolano intorno alla sua figura, che immagino tramandata per secoli così come in realtà è successa; non si badi alle parole ma al senso. Quindi, oltre ai conosciutissimi luoghi danteschi come il Battistero di San Giovanni, il Palazzo del Bargello, la Casa, la Chiesa di Santa Croce ecc… esiste il "Sasso di Dante".


Lo possiamo far riferire, come il luogo in cui il sasso esisteva, nella parte della piazza del Duomo in basso alla facciata di una casa, posta fra piazza delle Pallottole e via dello Studio. Si trovava nel luogo tra due attuali negozi ed è segnalato da una lastra di marmo corniciata, nella quale è scolpito a chiare lettere: “SASSO DI DANTE”. Questo sasso, si tramanda, fosse il luogo nel quale l'Alighieri solesse riposarsi e che nell’attesa guardasse la costruzione della Cattedrale. Si narra, a testimonianza dell’eccezionale memoria del sommo poeta, che un giorno mentre era seduto ed assorto nei propri pensieri sul solito sasso, passò di lì qualcuno e gli chiese:

- “Oh Dante, icchè ti piace di più da mangiare?"
- "l’ovo” – rispose Dante.

L’anno dopo, la stessa persona curiosa, ripassò di lì e ritrovò Dante ancora seduto sul suo sasso preferito, sempre assorto e pensieroso e gli chiese:

- “co’ icchè?”
- e Dante: “co i’ sale!”

La solita genialità dei fiorentini.

Filippo Giovannelli
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Marchese Emilio Pucci di Barsento

Scrivere di Emilio Pucci, persona stimata e di grande personalità, richiede molta attenzione. Un uomo dalle molteplici attitudini, fiorentino da generazioni, nasce a Napoli il 20 novembre 1914 e fu l’erede della nobile casata dei Pucci, famiglia alleata dei Medici e molto potente nel corso dei secoli. Il Marchese Emilio Pucci di Barsento, studiò in gioventù negli Stati Uniti d’America e si Laureò in Scienze Politiche nel 1941. E’ stato deputato del Parlamento Italiano ed nella sua migliore condizione atletica fu anche sciatore professionista, entrando a far parte della squadra olimpica italiana nel 1934 e 1935. Proprio in Oregon dove risiedeva come studente iniziò la sua vera professione, lo stilista. La guerra lo riportò in Italia dove iniziò una carriere in Aviazione per il solo periodo di guerra. Grande amante della pittura, disegnò per un’amica una tuta da sci che venne realizzata e fotografata nel 1947 e pubblicata in una famosa rivista americana.  Ecco come iniziò la sua carriera, continuando dopo quell’episodico evento a disegnare abiti da donna, fino a poter aprire un negozio a Capri da cui decollò tutta l’attività. Ecco perché Emilio Pucci è stato considerato uno dei pionieri della moda italiana. La Maison Emilio Pucci e la residenza del Marchese è stata fondata e tutt’ora ha come sede il Palazzo di famiglia. A Firenze la famiglia Pucci è stata da sempre molto conosciuta e rispettata, fino ad avere nel proprio palazzo un inconfutabile segno d’appartenenza riflettendone la sua nobile origine: Marchese Emilio Pucci, Palazzo Pucci, Via de' Pucci 1, Firenze.
Nel corso della sua vita ha applicato le sue creazioni ai campi più disparati, ricevendo sempre ammirazione e riconoscimenti, grazie al suo stile fresco ed elegante. Molto popolare negli Stati Uniti, disegnò per esempio lo stemma per la tuta degli astronauti della Nasa od anche alcune divise per hostess e piloti, colorate e assolutamente diverse dalla linea moda del tempo. Si devono a lui anche le divise con i lunghi guanti bianchi dei Vigili urbani e gli elmetti ovali, così famosi a Roma e Firenze. Nel frattempo le attività di stilista si allargarono alla moda maschile, ai profumi, alla produzione di ceramica per la casa.
Suo figlio Alessandro, 11° Marchese di Barsento, morì in un incidente stradale nel 1998. Sua figlia Laudomia ha ereditato la direzione del marchio Emilio Pucci. Laudomia Pucci, unica erede del Marchesato, dirige la casa di moda dopo la scomparsa nel 1992 del padre. Il Marchio nel 2000 è stato acquistato dalla francese Louis Vuitton, che ha rilanciato le linee di moda in tutto il mondo riproponendo la classica moda Pucci con bellissimi colori e fantasie e tessuti di alto pregio insieme alla linea dei profumi.
Ma Emilio Pucci era un fiorentino sul serio. Amava le tradizioni popolari della città e aveva ben presente che nelle rappresentazioni degli anni del rinascimento fiorentino, i nobili avevano un ruolo predominante. Ha da sempre partecipato al Corteo Storico del Calcio in Costume ricoprendo il ruolo di Maggior General Sergente delle Milizie, percorrendo a cavallo le strade della città e collaborando anche alla cultura ed alla gestione delle manifestazioni. Ha partecipato attivamente anche alla vita politica della città ricoprendo la carica di consigliere comunale nel periodo del Sindaco Massimo Bogianckino.
Emilio Pucci creatore d'alta moda e da sempre ambasciatore di fiorentinità nel mondo, alla fine degli anni ’80 conosce anche la crisi economica della sua azienda. Dovrà ridurre i suoi dipendenti e dice: "Dobbiamo adeguarci alle necessità del momento se vogliamo lavorare validamente". Fu un momento difficile e la notizia del ridimensionamento dell’organico fece muovere la politica cittadina e toscana dalla quale usci ancora una conferma, quella che Emilio Pucci e la sua Casa di Moda erano uno dei simboli di Firenze e della Toscana nel mondo.
Emilio Pucci, era quindi considerato l’aristocratico della moda, morì all’età di 78 anni il 29 novembre del 1992 per un attacco di cuore.

Filippo Giovannelli
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Leonardo Da Vinci aveva origini arabe

"Leonardo da Vinci, il più grande italiano di tutti i tempi era arabo".  Lo rivela uno studio condotto da Alfred Breitman e Roberto Malini del Gruppo Watching The Sky, associazione impegnata nelle ricerca di opere d'arte perdute e delle tracce biografiche sconosciute dei grandi artisti del passato.  Lo affermano con grande convinzione Breitman e Malini, in base ad alcune evidenze. La più importante è costituita dal ritrovamento di un'impronta digitale di Leonardo sul dipinto "La dama con l'ermellino". Secondo l'antropologo Luigi Capasso la tipologia dell'impronta è caratteristica del 60% degli individui provenienti dai paesi arabi. L'ipotesi di un origine araba del maestro non è tuttavia nuova. E' risaputo che il nome della madre di Leonardo, Caterina, era attribuito con frequenza alle schiave arabe acquistate in Toscana e provenienti da Istanbul. Anche il professor Alessandro Vezzosi, celebre studioso del Rinascimento, è convinto dell'origine araba dell'autore della Gioconda e possiede documenti che suggeriscono l'origine orientale di Leonardo Da Vinci.
Anche il giovane Salai, pupillo di Leonardo, sembrerebbe un ragazzo arabo, con i capelli ricci, la pelle bruna e gli occhi scuri vivacissimi. Breitman e Malini, a questo punto, estraggono da un cassetto un bel disegno a sanguigna su un foglio di carta antica. E' un ritratto virile del primo Cinquecento è di scuola leonardesca e rappresenta un viso che possiede molte similitudini con i ritratti noti del volto di Leonardo da Vinci. La sua particolarità è che indossa un copricapo di foggia araba, una specie di turbante. Si può ipotizzare che si tratti di un ritratto del maestro eseguito da un suo allievo che conosceva le vere origini del più grande italiano di tutti i tempi.
La notizia, preziosa per la Storia dell'Arte, è anche un monito per coloro che difendono a spada tratta le frontiere geografiche e culturali del nostro Paese, senza capire che il progresso sociale, morale e intellettuale di un popolo può avvenire solo grazie al contributo di altre esperienze e tradizioni.

Filippo Giovannelli
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