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Michelangelo e l'enigma divino che inebria di spavento e d’estasi

Michelangelo e l'enigma divino che inebria di spavento e d’estasi

miche salveminiD’Annunzio ha interpretato così quello che provò forse anche Michelangelo, che 500 anni fa si trovò ad affrontare lo scenario che si gli si apriva come un  libro misterioso: il Sacro, la Tambura, la Pania, l’Altissimo, il Gabberi. Tutti nomi delle vette di quell’arco crestato di Apuane le cui “pieghe anfrattuose” potevano suggerire al Vate “frammenti fidiaci di  pepli”, ma che per lo scultore rappresentavano una dannata sfida. Infatti, per obbedire a Leone X, si ritrovava a fare il cavatore e lo sterratore, obbligato a lasciare le sue consuete cave di Carrara e spostarsi verso Seravezza e Pietrasanta. Dal 1513 i Medici si erano annessi il Capitanato di Pietrasanta e circondario, staccandolo da Lucca, quindi il marmo se lo trovavano in casa, senza più pagarlo ai Duchi di Massa e Carrara che erano nell’orbita di quelli di Modena e Reggio. Nel 1517 Leone X aveva parecchie patate bollenti, dallo stacco di Martin Lutero alle Crociate contro i Turchi, ma non si dimenticava di essere un Medici, quindi commissionò all’artista concittadino un’opera prestigiosa che legasse il suo nome a lode e gloria di Firenze.

Papa Leone X voleva da Michelangelo ovvero la facciata di San Lorenzo, la chiesa di famiglia. L’artista, che stava tribolando per la famosa tomba di Giulio II e aveva già scelto i marmi a Carrara, dove aveva affittato casa e scalpellini, il primo novembre 1516 dovette annullare tutti i contratti e a metà dicembre andare a Roma a presentare il suo progetto per la suddetta facciata. Leone dette la sua santa approvazione, ma gli ordinò di cavare il marmo nel Capitanato mediceo, oltre naturalmente a lasciar perdere la tomba di Giulio. Comincia così una delle vicende più tormentate della vita di Michelangelo che nel 1517 fa la spola con l’Alta Versilia per capire se quei monti avessero “carne per i suoi denti”. Per il momento incontrò paesi arretrati e gente rustica, rupi scoscese, fitti boschi, ravaneti, precipizi. Ma le Apuane mandavano bagliori nel sole e il Monte Altissimo pareva un faro sfavillante di promesse: scientificamente sono enormi bancate di rocce  calcari e dolomie originatesi in fondo al mare, poeticamente un Regno Splendente di marmo compatto e bianchissimo. E inespugnabile. Michelangelo strinse i denti e partì in esplorazione con tale Antò di Seravezza, inerpicandosi su sentieri che neanche i muli avrebbero gradito. Alla fine, seduto su un masso a mangiare pane e cacio, rimase in contemplazione delle fiancate dell’Altissimo: i marmi non solo erano buoni, ma perfetti e gli prudevano già le mani per affondare lo scalpello in quella splendente pietra che era la più pura che avesse visto: praticamente le “statue imploravano di uscirne”. Il problema era come portarle a valle. Pungolato dal Papa e dalla voglia di vincere la sfida, se da scultore e pittore Michelangelo era diventato architetto, poteva bene essere ingegnere e costruire una strada dall’Alpe al Mare. Prese alloggio a Pietrasanta, un po’ più raffinata di Seravezza, ma un altro problema era la mano d’opera: a marzo 1518 fece un contratto per allogare vari scalpellini da Settignano a cavar marmi per la facciata di San Lorenzo nella cava del Trambiserra e per due anni versò sangue e sudore a supervisionare i lavori alla cava di marmo e lungo la valle del torrente Serra per cavare anche una strada fra strapiombi, abissi, crepacci. Fatica e sacrificio condivisi con gli operai ma già assaporando la soddisfazione delle future creazioni artistiche scolpite nella “pietra degli dei”. Ma di nuovo l’estasi si dissolve in agonia: a marzo 1520 Michelangelo è disobbligato da Leone X dal contratto per la facciata di San Lorenzo e la strada si interrompe. Sarà Cosimo I a completarla e far costruire anche la bella villa Medicea di Seravezza per le vacanze estive di famiglia e per estrarre “l’Oro delle Apuane”: ormai il Mito era nato per restare e la Versilia tutta cominciò a prosperare. Oggi si è perso il senso sublime della sacralità che ispirò Michelangelo, tuttavia altri artisti riescono a cogliere l’incantesimo dell’architettura di pietra apuana. “La cava è una scultura a cielo aperto e in queste “Stanze del Cielo” si può ancora cogliere una metafora cosmica e ancestrale”: vale la pena ripercorrere la “strada del marmo” per rimanere a bocca aperta davanti a cattedrali di pura bellezza pervase di spiritualità e silenzio.

 

 

Autore

Margherita Calderoni

 

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